
di Sergio Carli
All’ultimo Consiglio comunale la mozione sulla situazione carceraria, presentata dai gruppi di opposizione, è stata emendata dalla maggioranza nella parte che prevedeva la nomina di un Garante dei detenuti per il carcere di Orvieto. Snaturata nel suo contenuto, la mozione è stata ovviamente ritirata dai proponenti.
Era una proposta semplice, chiara, dal valore soprattutto simbolico. Il Garante comunale è un ruolo non retribuito, senza costi per l’amministrazione, senza nuovi capitoli di spesa. Un segnale, solo questo, doveva essere un segnale.
Un segnale importante per chi il carcere lo vive ogni giorno, per chi lo attraversa, per chi ci lavora, per chi crede che non sia un corpo estraneo ma una parte viva della città. Per me lo è, lo è ogni giorno, nelle officine dove lavoro fianco a fianco con i detenuti, lo è negli sguardi di chi aspetta di essere visto, riconosciuto, considerato ancora parte di una comunità. La figura del Garante non avrebbe cambiato il mondo, non avrebbe risolto i problemi strutturali, né trasformato magicamente le difficoltà quotidiane, sarebbe stata però un simbolo forte: il riconoscimento che la città non si gira dall’altra parte, che il carcere non è un altrove da dimenticare e che le persone detenute restano persone.
E invece, per la seconda volta, la proposta è stata respinta. Non entro nemmeno nel merito delle argomentazioni, perché il punto è un altro, il punto è la sensazione, amara, che non si sia voluto nemmeno discutere davvero, che una proposta venga respinta non per ciò che contiene, ma per chi la presenta. Che si bocci perché “non l’ho scritta io”, perché arriva da una parte diversa, perché riconoscerne il valore significherebbe ammettere che il bene comune non ha colore politico.
Sono deluso, profondamente deluso.
Deluso da una politica nella quale faccio sempre più fatica a riconoscermi, una politica dove il concetto di bene comune sembra essersi smarrito, dove il senso civico si piega alle logiche di schieramento, dove anche un gesto simbolico – gratuito, condivisibile, umano – diventa terreno di contrapposizione.
Non è questo che merita Orvieto, non è questo che meritano i cittadini e non è questo che meritano i detenuti con cui lavoro ogni giorno, persone che stanno pagando il loro debito ma che non hanno smesso di essere parte della nostra comunità.
Due mozioni bocciate, due occasioni perse. Nel frattempo, loro restano lì, aspettano di essere ascoltati, aspettano che qualcuno dica che fanno parte della città. Aspettano di non finire dimenticati dietro un muro e dentro un verbale di Consiglio comunale. Io continuerò a lavorare con loro, a credere in una rete cittadina che sappia includere anche il carcere, a pensare che una comunità si misura da come guarda ai suoi luoghi più difficili ma oggi non posso nascondere l’amarezza. Perché il simbolo forse non cambia le cose ma l’assenza di un simbolo, a volte, dice molto di più.








