
di Francesco Pacelli
Mastro Pasticcere della Regione Umbria e Mattarello d’Oro per la ricetta del Pandolce Etrusco, Cavalierato Onorario e Merito al Lavoro del Presidente della Repubblica, Diploma e Medaglia d’Oro della Provincia di Terni e della Camera del Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura, Premiazione della fedeltà al lavoro e del progresso economico, Premio Pialletto d’Oro per esercizio della professione di pasticcere in sessant’anni di attività … Sono solo alcuni dei numerosi riconoscimenti meritati da Adriano Di Mario.
Era nato il 9 febbraio del 1940 nel piccolo borgo di Castel di Fiori, località Colle Forche, nel comune di Montegabbione. Il podere di famiglia, isolato nei boschi ed a ridosso di un sasseto, era composto di ventiquattro stanze molto rudimentali: senza bagno, luce e acqua; le uniche tre sorgenti distavano trecento metri dall’abitazione raggiungibili solo tramite sentieri. Tutta la famiglia nasceva da una tradizione contadina trasmessa da nonno Angelo ad Antonio e Armando, zio e padre di Adriano, i quali dal 1926 al 1929 ricevettero dai Marchesi Misciattelli l’onorificenza “per diligenza e profitto” nella conduzione del casolare e degli acri annessi.

Castel di Fiori e Montegiove hanno cresciuto Adriano in un paesaggio boschivo bucolico e trasognato, che per quanto idilliaco era comunque fondato su di una ruralità che lui stesso si trovò ad affrontare, dovendo contribuire al benessere della propria famiglia, ma sempre con quel pizzico d’ingegno e iniziativa personale che lo renderanno un artista della pasticceria. A Castel di Fiori, il podere della famiglia Di Mario, ammantato dai boschi, divenne lugo sicuro per sfollati e disertori che trovavano riparo dal passaggio dei fronti bellici.
Dopo il quinquennio bellico Adriano entra nel mondo del lavoro come allevatore di suini fin quando l’otto dicembre del 1953 entra per la prima volta in contatto con il mondo della pasticceria; si reca difatti ad Orvieto a far visita a suo fratello che faceva l’inserviente presso l’hotel-ristorante Cornelio in Piazza Ippolito Scalza; il proprietario, Fernando Ferretti, vista la serietà dimostrata dal fratello, chiese ad Adriano se fosse stato disposto a trasferirsi ad Orvieto per prendere servizio presso il bar-pasticceria Barberani, situato in via del Corso al civico 50, dove la nuova attività necessitava di un apprendista che lo stesso Ferretti avrebbe vivamente raccomandato.
Adriano accetta immediatamente l’offerta di lavoro poiché conosceva il ristorante, considerato uno dei più rinomati di Orvieto insieme alla fama del cuoco che nonostante il carattere burbero, componeva piatti gourmet per la raffinata clientela dell’hotel. La pasticceria avrebbe aperto i battenti proprio quel giorno, con il laboratorio allestito in un piccolo locale in Via Gualverio Michelangeli (già Vicolo Albani), anche se per Adriano la pasticceria era una materia estranea al suo bagaglio di esperienze, che solamente la sua innata curiosità e la sua scrupolosa precisione ne favorirono l’apprendimento.
Adriano continua ad esercitarsi dunque nella pasticceria di Vittorio Barberani con orari estenuanti: dalle cinque di mattina fino alle dieci di notte, e senza la prospettiva di poter aprire una propria attività, ma solamente conscio del proprio meritato sostentamento. Adriano – come lui stesso affermava: «…guadagnavo quindicimila lire al mese e ne spendevo diciotto per mangiare e dormire ricevendo tuttavia in cambio l’arte ed i trucchi di un mestiere».

L’8 agosto del 1964 il battesimo burrascoso dei nuovi portali della cattedrale commissionati ad Emilio Greco per le critiche ricevute da parte dell’opinione pubblica italiana, sarà invece un battesimo felice per la nuova pasticceria che Adriano Di Mario inaugura in Via della Pace n. 26. La scelta si rivela dunque vincente e a tre giorni dall’apertura dei battenti la pasticceria esaurisce tutti i prodotti suscitando interesse nei cittadini, come anche nei forestieri, sia turisti che avvocati e magistrati del vicino tribunale e soldati delle caserme con i propri familiari convenuti in città durante i congedi; per esaurire tutti gli ordini commissionati Adriano dormiva pochissime ore su di una piccola poltrona attrezzata nel laboratorio, sacrificando il proprio tempo libero in cambio di un continuo miglioramento del servizio, potendo in breve tempo attivare anche il servizio bar.
Adriano inizia dunque a calcare la scia dei grandi pasticceri italiani come quando nel 1987 è membro della squadra italiana che a Lione promuoverà Igino Massari vincitore della Coppa del Mondo di Pasticceria, diventando allenatore della squadra stessa; terrà rapporti di lavoro anche con Luigi Biasetto che nel 1997 si aggiudica la Coppa Mondiale di Pasticceria di Lione.
Tanti anni ricurvo sui fornelli con le mani irrobustite dagli impasti e lo scrupolo di vedere apprezzato il suo impegno hanno reso Adriano Di Mario uno dei pasticceri più affermati della Regione Umbria, tanto da conferirgli diversi riconoscimenti i cui albori sono insiti nelle origini contadine dei suoi avi.
Caro amico e insegnate di vita, ho scavato nei tuoi ricordi come tu hai scavato nel ventre della città, svelandone i suoi segreti, e l’ho fatto fin da principio con pacatezza e serietà professionale, per poi cedere al coinvolgimento emotivo per una storia che ci accomuna, nonostante il nostro lungo divario generazionale. E come ogni scavo restituisce il “bello” della vita, fa emergere di contro anche il “brutto” di ogni epoca che tutti noi abbiamo sepolto ed esorcizzato sotto terra senza troppa cura. Scavando nella tua vita invece non ho trovato niente di “brutto” ma limpida serenità e amore per il tuo lavoro, la tua famiglia e la nostra terra.
Il mio rammarico nel non aver concluso in tempo il libro che ti sto dedicando è consolato dai tanti bignè alla crema con cui mi hai cresciuto da ragazzo, dopo combattute partite di pallone con i miei coetanei a San Domenico, o durante la Pasqua quando sulle tavole troneggiavano le tue deliziose colombe, intrise di quello spirito santo pacificatore, di cui soprattutto oggi abbiamo ancora bisogno. Non crucciarti di quello che avresti voluto ancora realizzare poiché il timone è oggi saldo nelle mani di Laura, Maurizio e della moglie Alessandra che negli anni hanno introdotto la ristorazione con i precetti della cucina umbra, senza mai dimenticare quella tradizione artistica per la decorazione del piatto che nasce da un paterno genius loci sotterraneo.
Adriano vedeva nei nipoti un passaggio che egli definisce non “genetico”, nell’accezione moderna del termine, ma di “sangue buono” come andava di moda affermare ai suoi tempi, manifestando quella lungimiranza tipica di colui che lavora per vivere ma che rimane anche libero di creare e condividere il proprio lavoro. Ogni giorno i nipoti affiancano agli impegni scolastici dolci e pizze, saggiando e precorrendo quel dolce clima familiare che i Di Mario ancora oggi portano nelle nostre case e nella parte più intima di noi.
I funerali si terranno presso la Chiesa di San Domenico martedì 3 marzo alle 15.








