Voce narrante di Sophia Angelozzi
di Mirabilia Orvieto
Avete mai sentito quest’espressione: “Profondo, o misterioso, come il Pozzo di San Patrizio“? Quasi certamente sì. Perché si tratta di una frase proverbiale che affonda le radici in un’antica leggenda irlandese. Ma anche a Orvieto, basta affacciarsi sull’orlo di quel cilindro misterioso che è il Pozzo di san Patrizio, perché l’immaginazione prenda a volare. Quelle finestrelle impilate, aperte come vuote occhiaie sull’oscurità delle viscere terrestri, qual vortice abissale, che sembrava affondare alle radici del mondo, nell’ignoto, o forse in un altro mondo…negl’inferi, nell’aldilà? Ed ecco rivivere nella fantasia del popolo le antiche leggende delle “discese nell’Ade”: le imprese di Ulisse e di Enea, il regno ipogeo visitato da Cristo, l’inferno di Dante, le visioni di Bonvesin della Riva e di Giacomino da Verona, e poi Alberico, e Tundalo e San Brandano.Sopra tutte quelle reminiscenze ve ne una che s’impose e pian piano finì per coniugarsi col fascino del Pozzo orvietano: fu la leggenda, ancor vivissima nel Cinquecento, del cosiddetto “Purgatorio del Santo Patrizio” d’Irlanda, una delle fonti ispiratrici della “Divina Commedia” dantesca.

Passarono i secoli e la leggenda fiorì, arricchendosi e complicandosi. Si cominciò a dire che la caverna, profondissima, era in realtà l’imboccatura dell’inferno e si immaginò la figura di una cavaliere, Ivano, che, persuaso dal consiglio di una santo monaco, un bel giorno decide di avventurarsi nella misteriosa grotta per visitare i regni d’oltretomba e far penitenza delle proprie colpe. Ivano, come Dante, ascese di grado in grado le tappe della perfezione celeste, fino ad accecarsi davanti alla luce sovrannaturale del Creatore. Infine, redento, esce dalla caverna e torna tra gli umani” (Massimo Jevolella).
“Ma allora, il Pozzo di San Patrizio di Orvieto – si chiede Aurora Cantini – ha davvero perso per sempre quel sottile legame con la leggenda del suo passato più remoto? Può, ancora oggi, essere considerato un varco per l’aldilà, un punto di contatto col mondo ultraterreno? Immaginiamo di scendere gradatamente le scale, in un percorso di luci ed ombre sapientemente miscelate, tra muri che trasudano umidità stratificata da secoli, dove, se tendiamo l’orecchio, potremmo ancora percepire il calpestìo dei muli col loro fardello; procediamo oltre, sempre più in giù, verso l’ignoto”.
È proprio quell’ignoto, così spaventoso, a farci nascere il desiderio di tornare indietro, di non addentrarsi più di tanto. La struttura ad elica che vertiginosamente si avvita nelle viscere della terra, in uno spazio sempre più buio e rarefatto di aria, fa pian piano riaffiorare immagini, pensieri e stati d’animo che ci accompagnano alla sorgente posta sotto di noi. Per alcuni, quella del Pozzo non è solo una discesa materiale. In una poesia si dice: “è scendendo nell’abisso che recuperiamo i tesori della vita”. Così la stessa caverna in cui si ha paura d’entrare e dove sembra di sprofondare, si rivela essere la fonte di quello che si sta cercando. Il buco oscuro, così temuto, è diventato il centro di noi stessi, il centro del mondo, che ci conduce all’Acqua della Vita. Il Pozzo diventa allora l’inconscio che non è solo il luogo del rimosso, ma il pozzo delle infinite possibilità a cui può attingere l’uomo!









