
di Mirabilia Orvieto
“Se un’opera d’arte non ha un valore per la nostra vita possiamo farne a meno” (Luca Rossi, artista e critico d’arte).
All’inizio del ‘500 l’Apocalisse di Orvieto si presentava come un libro aperto sull’utopia cristiana del mondo, una mirabile ricapitolazione dell’immenso patrimonio culturale e spirituale dell’Occidente che dai poeti classici, Virgilio, Stazio, Sallustio e Lucano – tutti rappresentati, insieme alle loro opere, nello zoccolo della cappella – culminò con il sommo poeta Dante Alighieri, padre dell’Umanesimo. Nell’arte come nella letteratura si esaltava l’ingegno umano capace di ergersi sopra tutte le energie caotiche della natura, correggendole e perfezionandole con il lume della ragione. Era la supremazia dell’intelletto sugli istinti animali che si sprigionano dall’hybris, da quella cieca superbia o tracotanza volta a infrangere i limiti imposti dalla natura: una forza ostinatamente tesa a dominare e a soggiogare il mondo.
Così come avvenne nel mondo antico con il mito di Dedalo, quando il figlio Icaro ebbe la folle presunzione di volare, con ali di piume e cera, troppo vicino al sole precipitando in mare; oppure con il leggendario Ulisse che spingendosi con la propria nave oltre i confini della terra (le Colonne di Ercole), naufragò tragicamente travolto dalle onde; o ancora con lo spregiudicato Catilina, il senatore romano che congiurò contro la Repubblica di Roma e che Signorelli raffigura sotto la scena dell’Anticristo. Ritto sul suo piedistallo, l’ambizioso personaggio – racconta il poeta Sallustio – tentò di sovvertire con la forza l’ordine sociale e politico, andando però incontro alla rovina.

Fu proprio Catilina a incarnare, in quel tempo, l’essenza stessa del male e del suo agire nella storia attraverso l’avvento della tirannide, origine e culmine di tutti i mali, che Signorelli ritrae sotto la scena della Resurrezione della carne. Qui si trovano le immagini tratte dal poema epico della “Farsaglia” di Lucano (39-65 d.C.) in cui è descritto uno dei momenti più drammatici della storia di Roma. Sono gli orrori della guerra civile che si scatenò in tutta la sua “follia”, una “orgia di massacro” e di “frenesia” inarrestabile tra l’imperatore Giulio Cesare e Pompeo, nonostante la figlia di Cesare, Giulia, fosse andata in sposa allo stesso Pompeo come pegno dell’accordo politico tra i due rivali. Unconflitto senza pari che Lucano definì una delle “guerre più che civili” (verso 1).
Nei due tondi accanto al poeta, rappresentato con una pergamena in mano, appaiono degli uomini completamente nudi. Armati di spade, corde, pietre e bastoni, si avventano senza alcuna pietà su altri, inermi e indifesi, per ucciderli. È la scena che descrive le terrificanti atrocità consumate nel campo di battaglia di Farsalo, archetipo di tutte le lotte fratricide. Queste immagini, impresse nei monocromi dello zoccolo, richiamano intenzionalmente le drammatiche scene dell’Inferno di Signorelli, dove i demoni si accalcano sui dannati infliggendo loro indicibili tormenti. Nella lotta tra gli schieramenti nemici combatterono “fratelli contro fratelli”, mentre il comandante Cesare stava lì ad “aizzare la rabbia e il furore della truppa”, alimentando senza sosta “l’ardore degli animi già eccitati” dei soldati che, come demoni assetati di sangue, si scagliavano sull’esercito di Pompeo: e tutto ciò affinché non andasse perduto “neanche in parte, il crimine della guerra civile”.
Quel giorno nessuno potè sfuggire all’incredibile spargimento di sangue che Cesare stesso, incarnazione del male, continuava ad incoraggiare spronando i suoi compagni ad essere spietati. Si compiva così il tempo della Tirannide, il tempo del complotto, della violenza e della corruzione, che divenne il preludio del crollo politico e sociale dell’Impero romano ormai minacciato dagli attacchi delle orde barbariche. In quel tempo funesto, nessuno potè opporsi all’irrefrenabile sete di potere che pervadeva l’animo di Cesare, e prima ancora di Catilina e di tutti coloro che in seguito bramarono il successo ad ogni costo, mediante la seduzione e l’inganno, il tradimento e l’uso indiscriminato della forza, per rivalità o per supremazia, per avidità o per vanagloria, guidati solo dall’istinto senza calcolarne le conseguenze.

Dell’odio e della violenza degli uomini parlò anche il filosofo Empedocle (V sec. a.C.) nelle sue opere, una vera e propria profezia dell’Apocalisse cristiana, che Signorelli ritrae sotto la scena del Finimondo. Sporgendosi da una rotonda finestra, egli ammira le scene dell’ultimo atto della storia umana, accertando con stupore la veridicità delle sue parole circa l’esito della lotta tra bene e male, tra ordine e caos, tra amore e distruzione. È circondato dagli esseri poliformi che decorano le grottesche, a metà fra animali ed esseri umani, aventi gli stessi colori degli “umori corporei”, e cioè di quelle stesse forze della natura, teorizzate dal filosofo siciliano, che parteciparono alla creazione del mondo.
Tra questi colori, il rosso e il nero, a sottolineare ilcarattere sanguigno e rabbioso della natura umana che ci rende simili a bestie e da cui scaturiscono tremendi conflitti, come quelli scatenati dai bellicosi Centauri. Quegli esseri viziosi che quando sono ebbri di vino cadono in preda di furibonde passioni, trasformandosi in crudeli devastatori del pacifico popolo dei Lapiti, costruttori invece della virtuosa città terrena. Una rivalità che si ergeva a simbolo dell’eterna lotta fra l’istinto selvaggio dell’uomo (i Centauri) e la civiltà (i Lapiti). In questo scenario di odio e distruzione, emblema anch’esso di tutte le discordie dell’umanità, risplendeva la profetica società dei risorti, la nuova umanità, che alla fine dei tempi avrebbe trionfato sulla città degli uomini destinata a fallire.
È l’immagine della Resurrezione della carne, e cioè della nuova polis che in ogni tempo riemerge dalle ceneri del passato per istaurare vincoli di pietà e di concordia, di amicizia e di perfetta armonia fra gli individui e fra tutti i popoli. Qui gli uomini si amano e si aiutano a vicenda, uniti da quella parentela non più terrena, ma spirituale e celeste, che li fa vivere unanimemente come fratelli: un legame nato dall’alto, da una forza rigeneratrice che però è una paziente e difficile conquista dello spirito.








