
di Roberto Pace
Difficile difendere l’indifendibile com’è, per esempio, l’Orvietana del momento arrivata all’undicesima sconfitta, nona nelle partite interne. Dato, utilizzabile a conferma della sindrome del campo amico, non nuova per la verità ma giunta nella zona di sgombro che anticipa la scomparsa dalla quarta serie.
Sgombro, non è, verosimilmente il termine più indicato sebbene rafforzi il concetto sull’urgenza di correggere quanto costruito fino a ora. Antonio Rizzolo ha già pagato, sarebbe controproducente prendersela nuovamente con l’uomo della panchina, adesso Niccolò Pascali. Si badi bene, nessuno chiede la rimozione di questo o quell’altro, ma semplicemente la presa d’atto degli errori fatti, per carità in buonafede, a ogni modo alla base della situazione venutasi a creare prima di ripartire con rinnovate energie La rosa assemblata, tenuto conto delle varianti in corso d’opera e della doppia figura in tutti i ruoli non ha problemi numerici.
Il reparto difensivo, semmai, manca di centimetri in altezza, fattore rilevante nella serie D. Accanto a componenti giusti per storia personale e dell’Orvietana c’è qualche giovane ancora in formazione ai quali non sono attribuibili responsabilità dirette nella gestione delle partite. Casomai, è più giusto soffermarsi su problema strutturale causato da comportamenti già radicati e tali da rendere meno fluido l’inserimento in altre abitudini (attitudine ad attaccare o difendere e viceversa). In mezzo al campo, Wall Street del calcio, lavorano broker, analisti, trader ecc. manca, però il quotista che sceglie gli investimenti più adatti per i guadagni dell’azienda e sembrano scarseggiare collaboranti all’altezza di applicare le istruzioni ricevute(un esempio: come rifornire gli attaccanti).
Il centravanti, come le punte esterne sono gli operatori dai quali dipende il guadagno sempre che ricevano le dritte giuste dagli amministratori del centro campo. L’Orvietana attuale ne ha quattro (Panattoni – Caon – Tilli – Nhaga) e appare abbastanza clamoroso che non siano messi in condizione di svolgere i compiti per i quali sono stati scelti. L’organizzazione generale vista da fuori sembra funzionare salvo scoprire che qualcosa non andava soltanto quando sarà troppo tardi (lo dice la storia). Che fare? Ciascuno si guardi dentro prima di proseguire il suo lavoro correggendo qualcosa se lo riterrà opportuno per arrivare a una collegialità costruttiva senza prevaricazioni. La prossima trasferta a Grosseto, dalla quale si potrà uscire con qualsiasi risultato, costituirà, in ogni caso un banco di prova probante a percepire segnali di una svolta.








