
di Mirabilia Orvieto
In questo tempo così carico di sfide estreme, le domande ultime che dobbiamo rivolgerci diventano le prime, per rispondere all’esigenza di una convivenza pacificata tra le persone e tra i popoli (“Verso l’essenziale: l’anima e i suoi discorsi”, di Danila Biglino e Marco Guzzi). Orvieto “non fu mai molto grande -scrive Charles Eliott Norton negli appunti di viaggio del 1860- mai ebbe grande potere, mai rivestì un ruolo di rilievo sulla scena politica italiana, ma fra le sue mura si concentravano le arti di due secoli, in una sola, assoluta opera, ed il Duomo le rende gloria da lungo tempo”. L’orgoglio degli orvietani per la bellezza del prestigioso monumento, voluto dai cittadini per i cittadini, non venne mai meno, anzi riprese vigore quando nel 1499 Signorelli giunse ad Orvieto per completare il Giudizio Universale. Era ancora viva la memoria delle lotte fratricide fra Monaldeschi e Filippeschi, causa di sofferenze e distruzioni.
La cappella Nuova doveva esaltare quel concetto di Humanitas tanto caro al mondo classico, che stava risvegliando nelle coscienze la speranza della vittoria del bene sull’inciviltà del male. Dall’empietà di Caino, il primo fratricida della storia, fondatore della città degli uomini, dipinto da Signorelli proprio dietro l’altare della cappella, alla visione paradisiaca della ritrovata pace e armonia dell’umanità, le immagini dell’Apocalisse annunciavano, agli inizi del nuovo secolo, l’apoteosi cristiana della salvezza eterna coincidente con la nascita di un nuovo genere umano. Qui si poteva ammirare tutta la rivoluzione culturale del
Rinascimento: l’idea cioè di un “progetto civico”, allo stesso tempo spirituale e politico, fondato sul valore e sulla dignità della vita umana “posta al centro di tutta l’attenzione di Dio” (Nicolò Cusano).

A sottolineare l’intimo legame fra la dimensione sacra della fede e quella pubblico-civica, si era già pronunciato nel 1421 lo Statuto della Fabbrica orvietana, il quale dichiarava espressamente che la magnifica cattedrale dedicata a Maria assunta in cielo, era sotto la giurisdizione laica piuttosto che religiosa: “dalla sua fondazione, il controllo e l’amministrazione(del duomo) era ed è commissionata e affidata al Comune di Orvieto”. Quindi una cattedrale realizzata nell’unità di spirito e d’intenti, segno di una cooperazione volta a superare le profonde divisioni del passato, così come avvenne in molte città italiane. Una funzione profondamente sociale quella dell’arte che invitava tutti, popolo e governati, a guardare con fiducia al futuro. Solo attraverso le virtù, morali e civili, sarebbe stato possibile riunificare le diverse parti del corpo sociale, educandolo e armonizzandolo progressivamente per dissolvere liti e discordie cittadine.
Poggiando saldamente i piedi sulla terra, la nuova umanità risorta di Signorelli contempla quanto di più nobile e glorioso esiste nel mondo, quello stesso mondo che si sta rivelando in tutta la sua bellezza. È la città fondata sull’impegno unanime che si eleva sopra gli istinti animali che impediscono al mondo di progredire: in essa gli uomini non sono più col capo rivolto a terra, e cioè ripiegati sulle cose terrene, “schiavi del ventre”(Sallustio), ma si ergono fieri e possenti rivolgendo “lo sguardo a ciò che è veramente alto”, pervasi dal desiderio esistenziale di raggiungere finalmente la loro piena felicità e realizzazione.

Sulla pianura ultraterrena nasce dunque una nuova civiltà, centro pulsante di ogni sviluppo sociale, culturale ed economico, e “prototipo” della città escatologica, cioè della nuova Gerusalemme, la città perfetta, che alla fine dei
tempi discenderà dal cielo per unirsi a quella terrena: “Sono uomini, muscolosi, fisici, in carne ed ossa” -commenta l’artista orvietano Livio Orazio Valentini- che si alzano come torri, come edifici su una piazza, come le grandi facciate di chiese e palazzi scolpiti e dipinti che contemplano l’ordinamento paradisiaco”, da cui traggono ispirazione. L’ideologia sociale e politica dell’Apocalisse si rifletterà, alcuni anni dopo, ne “La Scuola di Atene”(1509-1511) di Raffaello Sanzio, precedendo di lì a poco il capolavoro del Giudizio Universale di Michelangelo nella cappella Sistina. Qui Platone si rivolge verso l’alto, confermando tutto il primato della realtà intellegibile e spirituale(il mondo delle Idee), mentre Aristotele indica il basso, e cioè la realtà sensibile e terrena dove sarà determinante la responsabilità personale e collettiva dell’uomo che deve imparare a distinguere il bene dal male, la virtù dal vizio, la verità dalla menzogna.
Cielo e terra, divino e umano, due visioni apparentemente opposte ma che il Rinascimento considerò indissolubili e complementari; entrambe necessarie a quella “redenzione” del mondo nella quale materiale e spirituale, Tempo ed Eterno, sono destinati a coincidere.
Non più dunque un volgersi al passato, alimentando l’illusione di un ritorno all’Età dell’oro, e neanche una fuga nel futuro come volevano le numerose correnti millenariste, evocanti l’imminente catastrofe finale del mondo.
Signorelli sembra proiettare nella descrizione della vita ultraterrena i tre gradi della civiltà umana. Dallo stato più primitivo e selvaggio della città terrena, segnata dalle discordie e guerre civili, le cui atrocità sono rievocate nella scena dell’Inferno e dell’Anticristo, a quello della “humanitas” che risplende nella Resurrezione della carne, per arrivare allo stato della “divinitas” del Paradiso.

Nella cappella Nuova ricapitolava così tutta la dimensione sociale del bene e del male di ogni tempo. Qui si trova il volto terribile della Tirannia, di una società dominata dagli istinti e che perciò sprofonda nella violenza della barbarie; poi quello dell’ordine e dell’armonia che regna nella Repubblica dove gli uomini, divenuti più umani, instaurano fra loro rapporti di uguaglianza e di libertà; e infine la “società perfetta” o ideale, e cioè quella governata dall’Intelletto e dalla Parola(il Logos o Verbo) la cui unica aspirazione sarà di ricercare le verità ultime(filosofia, teologia, scienza e morale), fino a condurre il genere umano alla “felicità infinita” del nuovo Eden. È la bellezza e la bontà della famiglia civica che è insieme una comunità celeste e spirituale, e che tende alla “pace universale”.








