La situazione di Niscemi, un comune siciliano poco più grande di Orvieto, oggi è drammatica: una gigantesca frana si sta mangiando il centro abitato. Ma è ancor più drammatica la sequenza dei fatti che hanno accompagnato il dissesto dal 1997, anno della prima grande frana, fino ad oggi: a parte due interventi parziali nel 2019, ovviamente insufficienti, non un progetto strutturale, soldi stanziati e revocati, niente lavori.
Catiuscia Marini pochi giorni fa ne ha preso spunto per ricordare opportunamente come furono affrontati i problemi di Orvieto e Todi negli anni ’80 del secolo scorso. Problemi drammatici anche quelli, aggravatisi per un lungo periodo di incuria ma affrontati in modo del tutto diverso. È bene ricordarlo, non solo per rinfrescare la memoria ma per osservare lo stato delle cose del presente e per delineare la prospettiva del futuro.
L’iniziativa partì da Orvieto sollecitata dal problema delle frane, ma presto per iniziativa della regione si aggiunse Todi, che aveva problemi di instabilità del colle. Così, subito dopo alcune frane avvenute l’anno prima, nel 1978 si arrivò alla prima legge speciale, la 230/78 di 8 miliardi di lire, rifinanziata due volte, e poi alle tre leggi pluriennali, la 227/84 di 45 miliardi, la 545/87 di 300 miliardi e la 242/97 di 130 miliardi. Complessivamente poco meno di 500 miliardi delle vecchie lire. Appalto concorso per progettazione e lavori, iniziati subito, nel 1980, e finiti poco dopo il 1999. Collaudo e consegna naturalmente nei tempi stabiliti. Nella storia italiana non solo recente questo, più che un evento straordinario, potrebbe essere ritenuto un miracolo se, andando a studiare la vicenda, non ci si accorgesse di alcuni aspetti non facili né consueti, ma certamente non impossibili, tant’è che appunto si sono verificati. Bisogna evidenziarli perché fanno la differenza.
Il primo aspetto è stata l’unità delle forze politiche prima sull’iniziativa di una legge regionale e successivamente in Parlamento per le leggi speciali, fino ad investire anche il Consiglio d’Europa e il Parlamento europeo. Il secondo aspetto non meno importante fu la trasformazione di un dramma in una grande opportunità mediante una logica di progetto sulla base di una visione strategica. La messa in sicurezza divenne messa in valore, il finanziamento divenne investimento. La cornice si chiamò Progetto Orvieto, un unicum di interventi programmati formato da rupe, patrimonio storico-artistico, pendici, territorio. Il terzo aspetto, anch’esso rilevante, fu la trasparenza delle procedure, il coinvolgimento delle comunità locali, la concertazione interistituzionale. Il quarto aspetto, non certo un orpello, il sostegno straordinario del mondo culturale e delle istituzioni europee, ciò che permise (parole del Consiglio d’Europa) di indicare il progetto Orvieto come “esempio da seguire in Europa per la salvaguardia e la valorizzazione dei centri storici”.
E oggi? Come sottolinea Catiuscia Marini, sono 25 anni che, a parte qualche sporadico intervento parziale, di fatto non si fa manutenzione. C’è ancora il sistema di piezometri, estensimetri, ecc. per il monitoraggio della rupe? Che fine ha fatto l’Osservatorio? Si vede ad occhio nudo che le opere allora realizzate hanno bisogno di monitoraggio e in molti casi di manutenzione urgente.
È stato ed è un grave errore, lo ho denunciato infinite volte, non avere un piano di manutenzioni sistematiche. Così oggi siamo di nuovo alla necessità di interventi speciali. Si possono certo invocare anche oggi gli interventi speciali, ma si è credibili se si fa con la logica di quarant’anni fa: visione, progettualità di alto livello, coinvolgimento interistituzionale, garanzia di corretta effettuazione.
La realtà ci parla da sola: a Niscemi si manifesta il problema, non si fanno interventi, si arriva al dramma; a Orvieto e Todi si manifesta il problema, si fanno gli interventi, si evita il dramma. Ma se non si fa manutenzione si arriverà comunque, se non al dramma, a qualcosa che gli somiglia. Meglio provvedere, questo direbbe il semplice buonsenso.
E allora da subito si deve agire e puntare anzitutto all’unità di intenti delle comunità. Capisco che si possa fare un emendamento parlamentare alla legge di bilancio per sottolineare il tema delle manutenzioni, ma le iniziative improvvisate e di parte per problemi di questo tipo e di questa portata hanno per forza un esito negativo. Ci vuole unità delle forze, con visione strategica e progettualità.
Mi auguro dunque che i sindaci di Orvieto e Todi, in accordo tra loro e con la presidente della regione, incontrino quanto prima i parlamentari dell’Umbria per dare avvio ad una nuova iniziativa per il risanamento e il rilancio congiunto dei nostri due gioielli. D’altronde la “congiunzione astrale” verso una possibile e necessaria unità oggi è quanto mai favorevole, se la si vuole cogliere: le due amministrazioni locali hanno lo stesso segno in una regione con segno contrario. Qui l’unità degli opposti nessuno potrebbe negarla. E allora avanti.
Franco Raimondo Barbabella,
ex sindaco di Orvieto e presidente CiviciX Umbria








