
di Paolo Borrello
Ad Orvieto non c’è un progetto di sviluppo economico e sociale di lungo periodo, il cui orizzonte temporale cioè superi i 5 anni fino ad arrivare almeno ai 10 anni. Per la verità non c’è nemmeno per tutta l’Umbria. Perché un progetto di lungo periodo sarebbe necessario? Perché significherebbe discutere sul futuro di Orvieto. Perché sarebbe opportuno verificare che gli interventi di breve periodo, sia da parte delle amministrazioni pubbliche sia da parte dei soggetti privati, siano compatibili con gli obiettivi di quel progetto di lungo periodo, siano cioè in linea con il futuro verso il quale si vorrebbe indirizzare la nostra città.
In questo mio scritto intendo esporre solo alcune idee che potrebbero contraddistinguere quel progetto che, ovviamente, dovrebbe essere il frutto di un’elaborazione collettiva, con l’apporto sì di esperti ma anche e soprattutto di rappresentanti delle amministrazioni pubbliche, delle componenti più significative della società orvietana, dei cosiddetti corpi intermedi (partiti, sindacati, associazioni imprenditoriali e non).
Io spero che i contenuti di questa mia nota stimolino un’approfondita discussione, perché sarebbe indispensabile un ampio dibattito sul futuro di Orvieto. Io ritengo che, nell’ambito del progetto di lungo periodo da me ipotizzato, le proposte di natura economica debbano avere un ruolo molto importante. E non lo sostengo solo perché mi sono sempre occupato, prevalentemente, di problematiche economiche, negli studi, nel lavoro, ed anche adesso che sono ormai in pensione. Ma soprattutto perché un sensibile miglioramento della situazione economica di Orvieto può incidere positivamente anche su altri aspetti della vita sociale cittadina. Un esempio importante può essere citato: gli effetti sull’andamento e sull’invecchiamento della popolazione.
A mio avviso, in primo luogo, si deve modificare la struttura economica orvietana, aumentando decisamente il peso dell’industria manifatturiera – industria che può essere composta anche da piccole imprese pur se è preferibile che ci sia anche la presenza di quelle medie e grandi – e del terziario avanzato. In questo modo, infatti, potrebbe crescere notevolmente la produttività del lavoro, le remunerazioni dei lavoratori, il numero degli occupati, favorendo anche il verificarsi di flussi migratori di persone, provenienti da altri comuni, indotti a spostare la propria residenza ad Orvieto per motivi di lavoro.
Per rendere possibile lo sviluppo dell’industria manifatturiera e del terziario avanzato occorre innanzitutto verificare che le attuali aree per insediamenti produttivi lo consentano. Diversamente sarà necessario ampliare quelle aree, riprendendo forse l’idea di realizzare un secondo casello autostradale a Bardano.
Inoltre, sarà opportuno ridurre, fino ad azzerarli, i costi per l’acquisto dei terreni, per le opere di urbanizzazione, per le imposte sugli immobili (in questo caso per un periodo determinato), relativamente ai nuovi insediamenti produttivi, per attrarre imprenditori esterni al comune (non credo infatti che ci siano imprenditori locali in grado di investire nell’industria manifatturiera e nel terziario avanzato).
Le risorse finanziarie necessarie per ridurre quei costi potrebbero provenire da diverse fonti (soggetti pubblici, banche) anche stimolando gli investimenti finanziari dei risparmiatori orvietani che attualmente assumono spesso la forma di depositi bancari, il cui importo complessivo è molto consistente, in misura spesso maggiore di quanto avviene nelle altre più importanti città umbre. Una parte di quelle risorse finanziarie potrebbe provenire anche dalla vendita dell’ex caserma Piave, di cui scriverò tra breve.
Ma se il comune di Orvieto rientrasse fra i comuni umbri dove opereranno gli incentivi fiscali previsti dalla Zes unica, le agevolazioni in precedenza ipotizzate potrebbero non essere adottate. Comunque occorrerà evitare che quelle agevolazioni si configurino come aiuti di Stato, secondo l’attuale normativa dell’Unione europea.
Essenziale, poi, sarà il verificarsi di un’efficace azione di marketing territoriale che pubblicizzi la possibilità che ad Orvieto si insedino nuove imprese nel settore manifatturiero e in quello del terziario avanzato (e non credo che Sviluppumbria sia in grado di svolgere questa azione di marketing).
Certamente non si potrà trascurare il turismo, ma la priorità non sarà la crescita del turismo (in questo settore infatti la produttività del lavoro e la sua remunerazione non sono molto elevate e quindi anche il suo contributo all’aumento del Pil) ma lo sviluppo dell’industria manifatturiera e del terziario avanzato, lo ribadisco. Occorrerà, peraltro, puntare sul turismo di qualità, non solo sul turismo di passaggio, anche tentando di rilanciare il palazzo dei Congressi.
Fino ad ora il palazzo dei Congressi non ha affatto raggiunto i risultati che si attendevano. Tutte le modalità di gestione scelte, nel corso degli anni, si sono rivelate del tutto insoddisfacenti. Si dovrà tornare ad una società di diritto privato ma di proprietà in gran parte pubblica, secondo le indicazioni contenute nel progetto di fattibilità che elaborai, gratuitamente, nel lontano 1985, in occasione di una conferenza sul turismo nell’ambito della quale si lanciò il palazzo.
Inoltre, sarà indispensabile migliorare notevolmente i collegamenti ferroviari con Roma, per aumentare il numero dei pendolari che vi lavorano, favorendo così anche coloro che pur risiedendo e lavorando a Roma potranno decidere di trasferirsi a Orvieto. Nel progetto di sviluppo di lungo periodo ci si dovrebbe occupare anche del riutilizzo dell’area ex Caserma Piave. Fino ad ora non si è ottenuto niente.
A mio avviso, l’unica proposta che potrebbe raggiungere l’obiettivo che da anni si è tentato inutilmente di perseguire (non a caso utilizzo il condizionale perché non vi è certezza che produca risultati ma occorre comunque provare) è rappresentata dalla vendita, tramite una gara rivolta a società immobiliari, dell’area in questione, consentendo utilizzi quali la realizzazione di abitazioni, uffici, attività commerciali – anche un supermercato? -. Si potrebbe tentare inoltre di attenuare il vincolo della Soprintendenza che interessa l’area.
Se riuscisse la vendita, oltre a rivitalizzare il centro storico, il Comune potrebbe ottenere consistenti risorse finanziare da utilizzare anche, come ho già rilevato, per ridurre i costi inziali che dovrebbero essere sostenuti dagli imprenditori che decidessero di localizzarsi nelle aree per insediamenti produttivi. Molti altri “capitoli” dovrebbero far parte del progetto di sviluppo economico e sociale di lungo periodo che propongo. Per ora sarebbe importante iniziare a discuterne pubblicamente. E sarebbe necessario soprattutto discutere del futuro di Orvieto, non solamente dei problemi quotidiani, evitando di navigare a vista.








