
di Mirabilia Orvieto
“La pittura ha una funzione sociale e deve essere per questo vissuta come una responsabilità sociale. Un qualcosa che il suo tempo e la sua terra cercano di dire, qualcosa di profetico…” (Josè Orozco, 1883-1949).
È noto che l’Apocalisse di Signorelli nel Duomo di Orvieto era anche la pubblica denuncia della crisi sociale e politica dell’Europa del ‘500, segnata da discordie cittadine e dall’ossessiva scalata al potere. Il suo messaggio andava ben oltre i limiti del tempo e dello spazio. Nella scena dell’Anticristo, il falso messia è infatti l’antitesi del bene comune, è l’immagine di un arrogante despota che ritto sul podio accumula ricchezze, ostentando tutta la sua brama di potere da mantenere ad ogni costo. Un potere economico e politico che nel ‘500 non risparmiò nemmeno la Chiesa di Roma, di papa Alessandro VI e del figlio Cesare Borgia detto il “Valentino”, comandate dell’esercito del padre nonché governatore generale di Orvieto, raffigurato da Signorelli tra la folla dell’Anticristo.
Siamo all’inizio del nuovo secolo quando l’artista mette mano al suo capolavoro. Da tempo si era fatta strada in Occidente la disgregazione politico-amministrativa degli Stati feudali da cui sorsero le grandi monarchie di Spagna, Francia e Inghilterra. Un accentramento del potere che crebbe di pari passo con l’improvvisa ripresa dello sviluppo economico dopo la profonda crisi del ‘300. Gran parte delle città italiane vennero messe a ferro e a fuoco da sanguinose lotte intestine per la conquista del potere, mentre si diffondeva la povertà e l’iniquità sociale con il divario, sempre crescente, fra le classi sociali deboli e quelle più ricche e agiate.

L’Anticristo di Signorelli altro non era che l’emblema del potere esercitato dai cattivi governanti, i quali si auto-elogiavano senza alcun merito agendo solo per i propri interessi. Attraverso la persuasione delle parole e l’uso della violenza, lo spregiudicato ingannatore otterrà il dominio della terra, opprimendo e maltrattando ingiustamente il popolo oltre ogni limite: egli diffonderà la sua verità, e cioè un’ideologia universale, politica e religiosa, fino a perseguitare tutti coloro che non obbediranno alla sua legge(l’Anticristo che davanti al tempio, simbolo del potere terreno, comanda l’esecuzione di due profeti).
Un tempo di grandi cambiamenti quello di Signorelli e del Rinascimento, incarnato dal ricco personaggio che, osservando bene gli abiti che indossa, sembra rivestire un’importante carica sociale. Ritratto nella folla dell’Anticristo predicante, è a metà fra un benefattore e un usuraio. Infatti con la mano destra distribuisce monete ai poveri, mentre con l’altra ripone i suoi guadagni nella borsa: un chiaro riferimento alla nascente attività del commercio del denaro da cui ebbero origine i “mercanti dell’avvenire”(“La borsa e la vita. Dall’usuraio al banchiere”, Le Goff). Era il tempo della nascita delle banche, che segnò il passaggio dal feudalesimo al capitalismo, come quella fondata con 8.000 fiorini da Lorenzo de’ Medici detto il Magnifico; un vero e proprio successo suggellato dai 600.000 fiorini che la ricca e influente famiglia fiorentina investì per finanziare le opere pubbliche e per sponsorizzare gli artisti.

In questa corsa alle ricchezze, irrompevano le immagini dell’Apocalisse di Orvieto che, con il suo perentorio monito sull’imminente fine del mondo, richiamava tutti ad una conversione della morale e dei costumi che non esitavano a degradare nella corruzione e nell’ostentazione del lusso e della vanità. La necessità di un rinnovamento della società si faceva sempre più urgente, al punto che intellettuali e teologi umanisti elaborarono una dottrina sociale, di grande respiro, in difesa del valore della dignità umana. Nella solidarietà mostrata dai risorti c’è tutta l’eredità spirituale della Chiesa di Roma sull’importanza delle opere di misericordia corporali che, durante il Medioevo, avevano assunto la forma di vere e proprie attività sociali. Non poteva essere altrimenti per un mondo che si sforzava d’ispirarsi, quanto più possibile, ai principi del Vangelo e della morale cristiana, gettando le basi per la nascita dell’Umanesimo cristiano. Era il momento in cui l’arte rinascimentale giocava un ruolo fondamentale nella storia culturale, sociale e politica di tutta Europa, ovvero quello di unirsi alla missione profetica del pensiero filosofico e teologico del tempo, il cui unico scopo era quello di far comprendere fino in fondo la verità di tutte le cose: una pia filosofia o dotta religione che doveva accompagnare il cambiamento del mondo, piuttosto che opporsi ad esso!
Attenzione dunque – sembra dire Signorelli – a saper discernere fra bene e male, virtù e i vizi, verità e menzogna, civiltà e barbarie, due opposte condizioni dell’anima e della vita il cui confine era diventato così sottile da confondere persino i più saggi e i più accorti dei cittadini. Alla disperante ed illusoria ricerca dell’avidità, origine di tutti i mali, Signorelli contrappone la bontà del bene comune celebrato nella spettacolare scena della Resurrezione della carne. È il trionfo della concordia raggiunta dai singoli individui, destinati a vivere per sempre in pace e in armonia fra loro. È il mondo della Humanitas già annunciato da Platone nella Repubblica, da Cicerone al tempo di Roma e da sant’Agostino quando, nei primi secoli della cristianità, scrisse la “Città di Dio”. Lo stesso mondo rappresentato da Signorelli con il popolo dei risorti che abita la sterminata pianura ultraterrena.

Un mondo forgiato dalla volontà e dall’amore reciproco che si erge sopra un suolo ancora deserto e privo di vita. Dalle ceneri del caos morale e civile suscitato dall’Anticristo, e cioè la personificazione del male, nasceva l’idea della nuova civiltà generata dalle virtù teologali, e quindi sociali e civili. In essa tutti praticano la Pietà, che è l’aiuto vicendevole, quel mutuo soccorso dove il più forte aiuta il più debole; la Concordia, che è l’amore fraterno dove i risorti si abbracciano amichevolmente per dialogare insieme; e infine la Carità, l’amore perfetto, l’amore sublime, simboleggiato dalla relazione di quei risorti che teneramente si stringono insieme: è l’amore di Cristo che tutto dà senza chiedere nulla in cambio. Quella di Signorelli non è solo un’umanità risorta dalla morte fisica, ricostituita nella carne, ma anche rigenerata nella mente e nello spirito. È la speranza della nuova polis ereditata dal mondo classico, coincidente con la visione escatologica di una armonia universale che si traduce in un impegno civico e morale di tale forza da trasformarsi “in utilità pubblica, in un segno d’amore e di crescita comune” (Livio Orazio Valentini).
È questa l’architettura sociale del nuovo mondo dipinto da Signorelli la quale, secoli dopo, ispirerà la storia culturale ed ideologica dell’Occidente che sfociò nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Qui gli uomini aiutano altri uomini a risorgere, a crescere, a completarsi, e una volta completati si ritrovano uniti, un’anima sola e un cuore solo, per ristabilire sulla terra la più alta forma di cooperazione e condivisione. Qui saranno ricompensati gli sforzi e la volontà di ognuno nel raggiungimento del bene comune. Veniva suggellata così, nella cattedrale di Orvieto, la funzione sociale e politica dell’arte che faceva del tema escatologico dell’Apocalisse, e cioè della venuta degli ultimi tempi, il manifesto della dignità e del valore della vita umana, quella del singolo individuo come quella dei popoli: “Tutti gli uomini nascono liberi e uguali in dignità e diritti – dichiarerà secoli più tardi l’Assemblea generale delle Nazioni Unite – essi sono dotati di ragione e di coscienza, e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza” (10 dicembre 1948, Parigi, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani).








