
Sul caso dell’impianto eolico Phobos la destra locale prova ancora una volta a spostare l’attenzione dal merito ai cavilli, dalla politica alle procedure, dai fatti alle parole. Ma la realtà, per quanto la si voglia piegare, continua ad avere una caratteristica fastidiosa: resta scritta negli atti. Le ultime dichiarazioni della sindaca Roberta Tardani e dell’assessore all’Ambiente Andrea Sacripanti, presentate come una difesa del territorio, appaiono piuttosto come un tentativo maldestro di riscrivere una vicenda che nasce e matura interamente sotto governi di centrodestra, a tutti i livelli istituzionali.
Partiamo dai fatti, che non sono un’opinione. La Regione Umbria, con deliberazione di Giunta n. 1365 del 30 dicembre 2025, ha deciso formalmente di costituirsi nel giudizio di merito davanti al Tar dell’Umbria relativo al progetto Phobos. Una scelta politica e amministrativa precisa, assunta prima ancora di conoscere l’esito definitivo del Consiglio di Stato, e motivata dalla consapevolezza che proprio quella sentenza aveva reso superflua la fase cautelare.
Sostenere oggi che tale deliberazione “non equivalga” a una costituzione in giudizio non è una raffinata analisi giuridica: è un artificio retorico utile solo a costruire una narrazione vittimistica del Comune di Orvieto come “ultimo baluardo” contro l’impianto. Una narrazione che cozza frontalmente con la realtà. Perché il Comune di Orvieto non è un soggetto esterno alla storia di Phobos. Ne è parte integrante.
È guidato dalla stessa area politica che:
– nel 2023 governava la Regione Umbria e scelse di non decidere, lasciando scattare il silenzio-assenso;
– governa il Paese e ha firmato il decreto che ha consentito di superare il parere contrario del Ministero della Cultura;
– oggi impugna la legge regionale sulle aree non idonee, cioè l’unico strumento che avrebbe potuto realmente fermare progetti come Phobos.
Su tutto questo, dalla sindaca Tardani non è mai arrivata una presa di posizione pubblica, una richiesta formale, una parola di dissenso verso i propri riferimenti nazionali. Silenzio allora. Polemica oggi.
Appare poi francamente singolare il tentativo di separare la vicenda Phobos dall’impugnazione della legge regionale sulle aree non idonee. È una distinzione comoda, ma priva di fondamento politico e sostanziale. Se quella legge fosse pienamente operativa, il progetto Phobos oggi non avrebbe basi. Punto. Negarlo significa difendere il Governo centrale sacrificando il territorio locale.
Quanto alle critiche sulla legge regionale “non sufficientemente restrittiva”, esse arrivano con un tempismo curioso: dopo l’impugnazione del Governo, non prima. Anche qui, molte parole oggi, nessuna battaglia quando contava davvero.
Un dato resta incontestabile: l’attuale Giunta regionale è l’unica istituzione che abbia prodotto un atto conclusivo negativo sul procedimento Phobos. Tutto ciò che ha reso quel progetto “autorizzabile” nasce prima, e nasce da una lunga sequenza di silenzi, inerzie e decisioni mancate, tutte riconducibili al centrodestra. Invocare ora “dialogo” e “rispetto” dopo anni di allineamento e silenzi appare più come una richiesta di indulgenza che come una proposta politica. Ma la tutela del territorio non si fa a posteriori né con le note stampa. Si fa quando bisogna scegliere, anche a costo di disturbare i propri alleati.
Segreteria Pd Orvieto








