
di Cristina Croce Capogruppo PD
Il carcere non è un mondo a parte. È una parte della città. L’incontro pubblico che si è svolto ieri, dal titolo “Quando nessuno ti guarda” non è stato soltanto un evento culturale, ma un atto politico nel senso più alto del termine: un gesto che ha riportato il carcere dentro lo sguardo della città, sottraendolo a quella invisibilità che troppo spesso accompagna i luoghi della detenzione.
Durante l’incontro è emersa con forza una realtà che raramente trova spazio nel dibattito pubblico: nel carcere di Orvieto esistono molti progetti di grande qualità, portati avanti con competenza, passione e senso di responsabilità da associazioni, operatori culturali, educatori, volontari e dalla stessa amministrazione penitenziaria. Progetti che lavorano sulla parola, sull’ascolto, sullo sport, sulla cultura, sulla relazione con il territorio; esperienze che restituiscono alle persone detenute identità, dignità e strumenti per immaginare un futuro diverso.
Questi percorsi dimostrano una verità che la politica troppo spesso dimentica: il carcere funziona meglio quando non è isolato, quando dialoga con la città, quando non è ridotto a un luogo di mera custodia ma diventa spazio di responsabilità e di possibilità. È anche grazie a queste esperienze che il reinserimento sociale diventa concreto, che la sicurezza si costruisce davvero.
Eppure, mentre nel carcere di Orvieto si sperimentano buone pratiche e progetti di reinserimento sociale, le condizioni strutturali restano critiche. Il sovraffollamento, la carenza di organico e la pressione costante sul personale della Polizia Penitenziaria rischiano di vanificare anche il lavoro migliore. Una democrazia non può affidarsi solo alla buona volontà di chi resiste ogni giorno dentro questi luoghi.
La sicurezza non si costruisce con l’abbandono né con la propaganda punitiva, ma con diritti, lavoro, relazioni e istituzioni che funzionano. Difendere la dignità delle persone detenute non è buonismo: è realismo politico. Sostenere la Polizia Penitenziaria significa garantire condizioni di lavoro adeguate e un sistema governabile, non alimentare una spirale repressiva inefficace. Per questo è necessario riportare il carcere dentro la responsabilità della comunità e delle istituzioni locali, anche attraverso strumenti concreti come il Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, capace di fare da ponte tra carcere, amministrazione e territorio, di monitorare le criticità e di valorizzare le buone pratiche esistenti. Perché una città che sa guardare il proprio carcere, che ne riconosce i problemi ma anche le risorse e le esperienze positive, è una città più giusta, più sicura e più fedele ai principi della propria Costituzione.








