Accade ogni volta in cui ci si ferma ad ascoltare, quando l’ascolto diviene “evento”. Fermarsi ed ascoltare. Due accadimenti, piccoli, non semplici, ordinari ma che generano come un “vento” che muove, che arieggia, che ossigena e che agita i pensieri.
Oggi e da oggi, ad Orvieto, per alcuni giorni con Emergency e con i Lettori portatili, questo vento spira, discreto ma perentorio. E’ uno “SPAZIO DI PACE” che esorta ad entrarvi per riflettere. In questi giorni ancora di festa che salutano il nuovo anno, si sovrappongono, con doverosa invadenza, giorni di impegno e di lettura di cronache e testimonianze di vite oltraggiate da ingiustizie, deprivazioni e disumane sofferenze causate da guerre, troppo lontane e troppo irreali, nel mondo. Queste letture le avvicinano a noi e le sbandierano alla nostra coscienza sopita e travolta dal fare e dal correre quotidiano. Fermarsi ed ascoltare: è bastato questo a destare pensieri nuovi.
Quella mattina, la musica natalizia, i suoi canti provenienti dai filodiffusori del corso dovevano allietare il vivace mezzodì orvietano ma stavolta si univano, in una sorta di insolita e mordente emulsione, al suono delle voci dei Lettori che non intendevano però allietare; più il contrario, ossia rattristare per scuotere gli animi dei molti che, passando per la via, parevano vedere e sentire soltanto con occhi ed orecchie. “Fermatevi, ascoltate! Fermatevi per ascoltare! Ascoltate per fermarvi!” – era il sottinteso della voce di quel microfono graffiante e caustico di verità di tutti i Medio-orienti e di tutte le Afriche dimenticate.
In quella mezz’ora di ascolto di quel ruvido “contro-canto”, passavano centinaia di ”borse, gambe, cappotti, braccia, cappucci, mani, pacchi, occhi, occhiali, volti e sciarpe”. I Lettori portatili davano loro il potere di “farsi persona” in presenza ed ascolto; davano a tutto quel loro andare “verso” un andare “incontro”. La pienezza e completezza della vita non è forse, in gran parte, questo? Non è un accoglierne a sé i contrasti, senza rifiutarne il dolore e senza distogliervi lo sguardo dell’anima? E come poter avere tutto ciò se non fermandosi ed ascoltare chiunque abbia bisogno di raccontare una storia, seppur straziata da indicibile dolore?
Sono gli “A.”,”F.”, “H.”, “J.”… Sigle discrete e private di nomi di bambini, vittime della guerra, i quali chiedono ascolto, che sono ancora capaci di sorridere muovendo la manina menomata dagli ordigni degli adulti e che riescono persino a consolare una madre affranta: “mamma va bene, ho ancora le gambe, posso ancora correre!”
In queste lancinanti immagini di dolore, di lotta ed amore per la vita si può rispecchiare l’umanità di ognuno di noi; ci si può dare la possibilità di trovare quella “pienezza” che si oppone ad una sorta di “smagrimento” delle coscienze. Onore ai medici di Emergency che si occupano volontariamente di quei corpi violati, uomini e donne che sanno bene che prendere su di sé quella sofferenza diviene “esser compresi” nella propria stessa umanità; significa anche combattere il senso di esclusione ed isolamento da sé che nasce dal nostro “passare” senza guardare e senza ascoltare. A tutti noi, come a loro, è data tale possibilità: basta fermarsi ed attendere che accada una profonda, inaspettata e determinante trasformazione.
Per i Lettori Portatili
Le riflessioni di Alfredo Bianchini, Docente orvietano








