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Home Cronaca

Santa Messa presieduta da Mons. Sigismondi per i 60 anni del pellegrinaggio di Paolo VI a Orvieto

Redazione by Redazione
19 Agosto 2024
in Cronaca, Secondarie, Archivio notizie
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Domenica 11 agosto in Cattedrale, alle ore 11.30, il Vescovo Gualtiero Sigismondi ha presieduto una solenne santa Messa nel 60° anniversario del pellegrinaggio di Paolo VI a Orvieto. Un “pellegrinaggio eucaristico” – così lo definì lo stesso Pontefice -, fatto per rendere “omaggio a Orvieto e alla vicina e diletta Bolsena” in occasione del VII centenario della Bolla Transiturus, con cui Urbano IV l’11 agosto 1264 istituì la solennità del Corpus Domini per tutta la Chiesa cattolica.
Nella omelia – che di seguito pubblichiamo integralmente – mons. Sigismondi si è soffermato sul “messaggio di Orvieto” – consegnato nel 1964 al Vescovo Virginio Dondeo -, sintetizzandolo mirabilmente e ricordando il mandato che, con esso, il santo Papa da allora ha affidato alla “civitas eucharistica supra montem posita”.

Il testo della omelia

Paolo VI, il pomeriggio di martedì 11 agosto 1964, a pochi giorni dalla pubblicazione dell’enciclica programmatica del suo Pontificato, Ecclesiam Suam – firmata nella festa della Trasfigurazione –, giunge pellegrino sulla Rupe per consegnare il “messaggio di Orvieto” al Vescovo diocesano, mons. Virginio Dondeo. Con questo “pellegrinaggio eucaristico”, compiuto a bordo di un elicottero, il Pontefice “rende omaggio a Orvieto e alla vicina e diletta Bolsena” nel VII centenario della Bolla di Urbano IV Transiturus. Sebbene diversi motivi conducano Papa Montini a fare questa “religiosa escursione”, tuttavia essi, rispetto allo “scopo centrale”, formano “quasi la raggiera d’un ostensorio, dal cui splendore il mistero eucaristico si accende come sole luminoso”.

C’è una ragione storica – confida il Santo Padre – “che Ci invita (a Orvieto), Città che intreccia le sue secolari vicende con quelle non solo del dominio temporale dei Papi, ma altresì del loro ministero apostolico”. Ma soprattutto – aggiunge – vi è “un motivo artistico che esercita una perenne attrazione a venire quassù non solo per la curiosità dei Turisti, o per il godimento degli Artisti, ma per la devozione dei Credenti”. Essi trovano, “splendida di fede e di bellezza, una superlativa opera dell’arte”, la Cattedrale, universalmente ammirata “per la finezza della sua armonia”.

Nella “intangibile perfezione” di questo “benedetto santuario”, “sublime opera nella quale si riflette il genio religioso e gentile del nostro popolo”, “l’arte non distrae, ma attrae, e introduce nel recinto del sacro”. Il Duomo di Orvieto – scrive Paolo VI – porta “l’eco incantevole del racconto del miracolo di Bolsena”, riflesso nell’officiatura, densa di “pensiero e di pietà”, che san Tommaso d’Aquino dedica all’Eucaristia. Si tratta di un “monumento letterario e liturgico che esprime la fede e l’amore della Chiesa verso il Sacramento della Cena e della Passione di Nostro Signore”.

La festa del Corpus Domini, già in uso a Liegi, estesa a tutta la Chiesa da Urbano IV, si connette “al grande rito pasquale, del quale vuol essere una continuazione, quasi un atto di doveroso ripensamento”. Secondo Papa Montini l’istituzione di tale solennità segna l’inizio di “uno sviluppo magnifico, genuino e fervoroso, del culto eucaristico in tutta la Chiesa” e “trova la sua caratteristica espressione nella processione solenne”, la quale, rompendo “il silenzio che circonda l’Eucaristia”, si riversa nelle vie delle città e “infonde il senso e la gioia della presenza di Cristo”.

A giudizio di Paolo VI, la responsabilità di “tenere viva la memoria e costante il rito” della festa del Corpus Domini, con il suo “apparato esteriore”, costituisce la “cornice del contegno interiore”. Il mistero eucaristico – chiede il Papa – “come ci trova davanti a sé? come ci definisce? fedeli, entusiasti e rapiti dalla adesione franca e totale al mysterium fidei? incerti e dubbiosi, come il Sacerdote forestiero di Bolsena? pensosi e critici? ovvero indifferenti e refrattari a questo supremo e difficile discorso, facili disertori dal convito del Regno di Dio, a cui tutti siamo invitati?”.

“Noi vogliamo pensare – auspica il Santo Padre – che voi tutti sappiate riconoscere nei segni del pane e del vino, dopo la consacrazione, la reale Presenza di Cristo che rinnova per noi, in modo incruento, ma vero, la sua immolazione”. E tuttavia – rileva Papa Montini – “la nostra mentalità moderna dura molta fatica ad accogliere con fede sicura e con pietà sincera l’ineffabile annuncio eucaristico: questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue!”. “A noi moderni – osserva Paolo VI –, riesce difficile ammettere la Realtà che questo sacramento ci presenta; noi moderni, in compenso, siamo meglio disposti a capire il perché di questo sacramento. Il come ci mette in uno sforzo interiore; il perché ci apre se non a piena comprensione, a invitante riflessione almeno”.

Nell’Eucaristia – assicura il Pontefice, citando sant’Agostino – possiamo considerare tre aspetti: ciò che si vede; ciò che si crede; ciò che significa (cf. Serm. 272). “Cristo, usando della sua divina potenza, si è rivestito delle apparenze (del pane e del vino) per affermare che Egli vuol essere alimento interiore, moltiplicato per tutti”. Questa sua intenzione salvifica – avverte Papa Montini – “pone dinanzi a noi una scelta che ha ragione di vita o di morte: si tratta della scelta o del rifiuto di Cristo. Si pone cioè il complesso e drammatico problema se sia a noi possibile, a noi doveroso dare a Cristo e al suo Vangelo il primato che Gli spetta, senza rimanere privi di quel pane della terra, ch’è pur dono di Dio”. La soluzione di questo arduo problema “non può essere diversa da un nuovo e vigoroso atto di fede in Cristo Signore, che potremmo chiamare il messaggio di Orvieto”:
– “non creda l’uomo di oggi di trovare altro nutrimento alla sua insaziabile fame di vita, se non nella fede e nella comunione di Cristo Signore”;
– “non creda l’uomo di oggi che per conquistare il pane terrestre, di cui ha bisogno la sua vita temporale, debba porre l’alternativa alla ricerca del pane della vita religiosa”;
– “non creda l’uomo di oggi che il tesoro di fede e di bellezza che gli viene dalla storia e dalla civiltà cristiana abbia ormai un semplice valore archeologico e folcloristico, e non pensi di poterlo degnamente conservare come un cimelio prezioso: diventerebbe cenere nelle sue mani”;
– “ma creda l’uomo di oggi che chi cerca il Regno di Dio innanzi tutto, avrà pane, avrà l’abbondanza anche dei beni naturali della scienza, della tecnica, del lavoro, dell’arte”;
– “creda l’uomo d’oggi che ancor più di ieri Cristo gli è necessario, per possedere e conoscere nel loro vero concetto gli ideali della libertà, della maturità umana, del progresso sociale, della pace”;
– “e creda finalmente l’uomo di oggi che l’umile e fervorosa fede che Cristo nell’Eucaristia reclama da lui è per la sua redenzione, per la sua salvezza e per la sua felicità”.

Il “messaggio di Orvieto” – conclude il Santo Padre – “suggerisce un’intenzione speciale che mai ci deve abbandonare, quella di pregare per la pace del mondo, di cui l’Eucaristia è pegno e conforto”. Porre la pace, bene tanto prezioso quanto fragile, sulla “rupe” della preghiera di adorazione è il mandato che Paolo VI affida a Orvieto, “civitas eucharistica supra montem posita”.

+ Gualtiero Sigismondi

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