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Home Cronaca

Quel “carnaio” per Orvieto delle 17 e 20

Redazione by Redazione
22 Gennaio 2024
in Cronaca, Secondarie, Archivio notizie
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di Pasquale di Paola

Uno dei treni maggiormente usati (e odiati) dai pendolari orvietani per il rientro a casa è il regionale veloce 4106 in partenza da Roma Termini alle 17,20.
Dopo una partenza all’alba per il solito estenuante e sfiancante turno di lavoro, tantissimi sono i pendolari orvietani che terminata la giornata lavorativa si incamminano verso il binario sei della stazione Tiburtina per attendere questo treno per l’agognato rientro a casa. Tra i tanti ,in questa umida e uggiosa serata di metà gennaio ci sono anche io.
Mentre mi accingo ad entrare nello spiazzale antistante la stazione, giro lo sguardo meccanicamente verso il grande orologio rettangolare che accoglie i viaggiatori. Indica che mancano pochi minuti alle cinque . Mi lascio trasportare dalla prima e dalla seconda scala mobile che porta al piano superiore. Poi, dopo aver percorso i soliti cinquanta metri del piano dei negozi, mi lascio trasportare, stavolta in discesa, dalle due scale mobili che conducono al binario sei e al binario sette. Sul binario sei transitano i treni diretti al Nord, sul binario sette quelli diretti a Roma Termini. Abbandonate le scale mobili, mi incammino in fondo al binario. Per una ragione dettata dal mio inconscio viaggio sempre nella prima carrozza, quella che precede la carrozza motrice del treno. Con un cenno degli occhi saluto un po’ di persone che conosco, anche loro già in attesa. Scorgo parecchi orvietani. Più o meno sempre gli stessi. Costretti a dover deglutire giocoforza ogni santa sera questa amara cicuta denominata regionale veloce 4106, scelta obbligata per poter rientrare alle nostre abitazioni. Il momento più stressante e faticoso da gestire è questa mezz’ora che precede l’arrivo del treno. Con il notare che ad ogni minuto che passa aumenta la calca umana che si distribuisce sul lungo binario, annotazione mentale che ci fa pregustare quello che ci attende una volta saliti a bordo.
Sarà il freddo, sarà la stanchezza dovuta alla pesante giornata di lavoro, sarà l’umidità che ti entra dentro, ma ogni minuto sembra lungo come un’ora.
Alle cinque e dieci, come ogni sera, arriva il regionale diretto a Terni, partito da Roma Termini alle 17,02. Fino a qualche anno costituiva per i pendolari orvietani una fonte di gioia e di salvezza, il suo arrivo. Fermava a Orte. E i tanti passeggeri che dovevano scendere in quella stazione lo usavano.
E si sfoltiva di molto la folla in attesa sul nostro binario, rendendo il nostro rientro a casa più umano e tollerabile. Ricordo, come in un sogno, che c’erano delle volte che riuscivo persino a trovare posto a sedere e poter così dedicarmi alla lettura di un buon libro. Tanto tempo fa. Ricordi di un’altra vita.
Poi i viaggiatori ternani si sono lamentati per l’affollamento fino a Orte, e quella fermata al loro regionale è stata risparmiata. Da allora i tantissimi pendolari diretti a Orte in questa fascia oraria, sono costretti a usare il nostro regionale, primo treno utile per il loro rientro.
Come ogni sera da un po’ di anni a questa parte, sul regionale delle cinque e dieci diretto a Terni ,salgono non più di una decina di persone.  Alle cinque e venti il colpo d’occhio del nostro binario è da brividi . Il binario è affollato in tutta la sua lunghezza disponibile. Alle cinque e mezza in punto finalmente arriva il nostro treno per Orvieto. Arriva già pieno da Termini, con tutti i posti occupati e già un po’ di gente in piedi, distribuita lungo i corridoi.
Arresta la sua corsa, un fischio lacerante avverte che le porte si stanno per aprire e la fiumana umana, come disperati che in mare si aggrappano a una scialuppa di salvataggio, invade tutti i suoi spazi.
Io, come mio solito, salgo nella prima vettura davanti, quella “attaccata” alla cabina motrice. Neanche sono salito che mi ritrovo schiacciato in un angolo dalla marea umana, incastrato tra il finestrino laterale e la parete del bagno. Un robusto giovanotto, con una borsa di pelle dura dai bordi appuntiti tra le mani, sembra volermi perforare la milza. Provo a girarmi di fianco per evitare il doloroso contatto . Nello girarmi mi ritrovo faccia a faccia con lo sguardo impaurito di una bambina tenuta a fatica in braccio dalla madre. Avrà due o tre anni. Ha i capelli sul biondo e gli occhi con una spruzzatina di azzurro. Mi viene istintivamente da pensare che sarà una bambina del Nord Europa. Rifletto sul fatto che la madre non crolla a terra, vittima dello sforzo, giusto perché manca lo spazio fisico per poter cadere.
Appoggiato addosso, sul mio lato sinistro, un signore prova a sistemarsi alla meno peggio. Avrà poco più di sessant’anni. Indossa una tuta blu tipica di chi lavora in qualche officina meccanica, tuta coperta da un pesante giaccone di pelle color terra. Ha la barba un po’ incolta, il viso segnato da vistose rughe. Rimango colpito dal suo sguardo rassegnato e un po’ abbassato, di chi nella vita ne ha dovute passare tante. Al petto stringe una specie di marsupio, dal quale si scorge un contenitore in plastica, di colore arancione. Certamente un contenitore per mantenere caldo il cibo. Mi sembra quasi di vederlo mentre si accinge a uscire da casa di buon mattino, quando ancora la notte avvolge la rupe, con la moglie che con cura e amore sistema in quel contenitore il suo pasto quotidiano. Mi piacerebbe poter essere seduto, per alzarmi e cedergli il posto. Vago con lo sguardo nel corridoio e nello spazio che separa la prima vettura da quella seguente. Due signori di mezza età, ben vestiti e dal linguaggio forbito, apostrofano a malo modo i politici locali, che ancora una volta sembrano interessarsi a treni e pendolari solo quando si è in prossimità di tornate elettorali. Una signora dagli occhi vispi, un po’ appesantita nel fisico, impreca con tono alterato contro il mondo intero.
Un gruppo di studenti, beati loro seduti, inveisce contro un non ben definito comitato pendolari che ancora parla di incontri e monitoraggi da fare . Mi viene da pensare che nessun monitoraggio può dare idea più veritiera della condizione di viaggio dei pendolari orvietani di questo treno. Osservando con più attenzione il senso di stanchezza e rassegnazione della gente che mi circonda, mi ritorna alla mente il quadro studiato al liceo. Nel quadro veniva raffigurato il viso sofferente e lo sguardo disperato di una marea di persone “appiccicate” le une alle altre, che venivano, senza soluzione di continuità e per l’eternità, punte con uno spillo per espiare non ricordo bene quale loro colpa . Noi che siamo costretti a viaggiare in queste condizioni, che di umano hanno poco, espiamo colpe che non abbiamo. Siamo vittime innocenti delle gravi mancanze di chi dovrebbe tutelarci e fa finta che non esistiamo. Un lacerante fischio di porte che si rinchiudono pone fine a queste mie riflessioni, fischio che segnala che il treno, dopo la solita attesa serale per dare la precedenza a tutti i treni dell’ Alta Velocità, è in partenza.
Neanche facciamo in tempo a uscire dalla stazione Tiburtina che si avverte un fastidioso “gracchiare” degli altoparlanti. Quel fastidioso gracchiare, così inviso a noi pendolari che ci perseguita anche durante le ore notturne . Infatti, per completare lo scenario da film horror del nostro viaggio, ecco che si manifesta (per l’ennesima volta) l’incubo ricorrente e più odioso per tutti noi. Incubo che ha la forma del tono gentile della voce di una giovane impiegata di Trenitalia, la quale con dire pacato e misurato annuncia che, causa il sovraffollamento sulla linea direttissima, il treno 4106 sarà istradato (per l’ennesima volta) sulla linea convenzionale (detta anche “linea lenta”), nel tratto Roma Tiburtina/Orte, con maggiore aggravio di percorrenza di circa 40 minuti.
Intorno a me le solite imprecazioni, le solite frasi piene di indignazione e i soliti sguardi di colpo diventati ancora più cupi e rassegnati . Io me ne continuo a rimanere schiacciato tra finestrino e parete del bagno. La borsa di pelle dura del robusto giovanotto ha cessato, per fortuna, di essere come una dolorosa punta di spada poggiata sul mio fianco. Il signore con la tuta blu ancora di più ha abbassato lo sguardo e ancora più accentuate sembrano le rughe del suo viso. La bambina tra le braccia della madre inizia invece a piangere. Un piangere lamentoso, che sembra voler fare da sottofondo al nostro stato di disperati pendolari abbandonati al nostro infausto destino . Pianto che diviene sempre più acuto, che diventa la colonna sonora di questo viaggio di ritorno a casa dai tratti “non umani”, a bordo di questo treno che ogni sera fino a Orte diventa un vero e proprio “carnaio”.
Il “carnaio” per Orvieto delle cinque e venti che, sbuffando e fischiettando con il suo carico di disperazione e sofferenza umana, anche stasera scompare nella notte che avvolge la campagna della periferia romana.

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