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Home Politica

Verso le elezioni senza la città: ha senso vincere sulle rovine?

Redazione by Redazione
17 Ottobre 2023
in Politica, Secondarie, Archivio notizie
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di Davide Orsini

Il clima elettorale è quasi caldo come questo autunno che sembra estate. Si evince dai primi candidati spuntati come funghi, e dai lavori pubblici che con sospetta puntualità anche questa amministrazione si affretta a svolgere dopo quattro anni di nulla.

In questo piccolo mondo di Orvieto dove i cittadini (come nel resto d’Italia e d’Europa) hanno perduto la speranza di cambiare le cose grazie alla partecipazione e all’impegno pubblico, l’amministrazione Tardani ha dato una sferzata di ottimismo, fornendo a molti l’impressione che la città in fondo è viva. Se siamo qui a parlare, parafrasando Lucio Dalla, significa che siamo vivi, ma non è che godiamo di ottima salute (il riferimento a fatti reali è quasi voluto). Intendiamoci subito, io non sono fra quelli che ingenuamente si scagliano contro l’attuale sindaca perché di colore politico opposto al loro. Ormai non saprei nemmeno dire di che colore è la maggioranza, se non riconoscessi volti noti e meno noti che ogni tanto fanno professione di fede in consiglio comunale oppure dicono le stesse cose che dicevano trent’anni fa: le stagioni non sono più quelle di una volta, non sono razzista ma penso che siamo diversi, comunisti cattivi, gli aiuti solo agli orvietani con accento marcato rupestre, viva l’unità d’Italia ma voto ciccio che vuole l’autonomia differenziata. Non parlo dell’opposizione perché…ah, dimenticavo, non esiste.

Riconosco a Roberta Tardani di essere molto dinamica, di aver cambiato la comunicazione del Comune (più aperta e diretta, più social, certamente più mondana), e di aver puntato molto, praticamente tutto sull’immagine di Orvieto, veicolata attraverso campagne promozionali su tantissime piattaforme. A volte penso che abbia il dono dell’ubiquità. La Tardani ha avuto il coraggio di candidare Orvieto a città della cultura, anche senza avere un progetto suo. Ha sfidato la sua stessa maggioranza, o pezzi importanti di essa, sganciandosi dalle logiche di coalizione per diventare imprenditrice di sé stessa.
E a qualcuno dentro l’attuale maggioranza questo piace poco. Non piace certamente alla Lega, e non piace a Fratelli d’Italia. E però la trasversalità del messaggio dell’attuale sindaca è proprio ciò che la tiene a galla, e che le fa sperare in un secondo mandato, magari con una lista tutta sua. In molti si chiedono da dove provenga il gradimento personale di cui indiscutibilmente gode la Tardani. Secondo il mio modesto parere ciò è dovuto al fatto che la sindaca ha saputo essere al contempo dura ed aggressiva con l’opposizione istituzionale (per la serie piove sul bagnato) quanto aperta e disponibile nelle occasioni di tutti i giorni.
Ma attenzione, la sindaca ha degli alleati formidabili fuori dal palazzo comunale. In un sistema politico in cui ormai gli indirizzi più importanti sfuggono ai decisori locali, le filiere economiche che ancora tengono e quelle emergenti, il settore del volontariato, gli imprenditori con tanto di fondazioni alle spalle, svolgono un ruolo importante, innanzitutto perché hanno risorse materiali e offrono una potenziale base elettorale che segue non più le grandi idee, ma i progetti di breve e medio periodo. Nulla di male, ma può il Comune limitarsi a fare da sparring partner ai pochi attori economici della zona, e a fungere da sportello di ascolto di questo o quel settore o iniziativa culturale/artistica, senza uno straccio di indirizzo che riguardi il futuro?

Orvieto è cambiata moltissimo negli ultimi tre decenni, da quando io facevo il liceo e mi avviavo agli studi universitari. Il lavoro, l’artigianato, la socialità di un tempo, si sono trasformati ed in parte sono scomparsi, le famiglie si sono impoverite (come in molta parte d’Italia). Chi fa economia ad Orvieto? Per anni un’azienda che operava nel settore digitale è diventata il simbolo di questa trasformazione che sembrava dovesse spazzare via il vecchio modo di fare impresa ad Orvieto. Purtroppo, non ha fatto una bella fine.
Nel frattempo, le botteghe artigiane storiche hanno chiuso i battenti, quelle in periferia si sono ridotte o sopravvivono, e per il Corso non possiamo fare altro che acquistare prodotti, spesso scadenti e molto costosi, che vengono da fuori e nulla hanno a che fare con l’identità di Orvieto. Già l’identità del territorio (persino richiamata dal nome di alcuni gruppi consigliari) è diventata un marchio da vendere sul mercato turistico. Nulla di male in questo, se non fosse che l’immagine che viene offerta è l’idealizzazione di un passato che non esiste più. Ripsetto a Roma però da noi si sta una pacchia! Oggi molti da fuori città scelgono Orvieto per venirci a vivere, anzi spesso soltanto per passarci le vacanze, mentre le giovani coppie faticano a trovare case a prezzi abbordabili per le loro tasche. Importanti istituzioni cittadine si sono indebolite.
Vedi la Cassa di Risparmio, l’ospedale, lo stesso comune, che ormai non ha più peso in nessuna questione vitale per i cittadini: dalla salute, appunto, ai trasporti, alle frazioni abbandonate a sé stesse, al caro affitti, alla scuola ridotta a diplomificio senza aule, al destino della Caserma Piave, alle politiche ambientali. Su tutto ciò ci si è rassegnati a dire che non ci si può fare più di tanto, una versione più onesta di dire “stiamo facendo tutto il possibile ed a breve le cose cambieranno”. “Ma quanno?” si sente spesso ribattere nelle case.
Il concetto in realtà è semplice. Puntare tutto sul turismo e far finta di niente sul resto non può essere una strategia sostenibile per una cittadina di diciannovemila abitanti. Già, dimenticavo di dire che anche il saldo della popolazione è in negativo (i residenti del comune erano 21mila più di dieci anni fa), e per fortuna che prima e dopo la pandemia c’è stato un afflusso di nuovi residenti “stranieri” a rimpolpare le fila degli Orvietani.

Non è un caso che i primi kamikaze che si sono lanciati nell’agone politico in vista delle prossime amministrative hanno messo in rilievo proprio questo: questa amministrazione fa felici i commercianti e gli affittacamere ma il resto dei cittadini che vivono nel comune 365 giorni all’anno (inclusi tanti pendolari) stanno peggio di prima ed all’orizzonte non si vede lo straccio non dico di una soluzione ma di un’idea, di una discussione su come affrontare i problemi. La cosa che più mi amareggia vedere è che il dibattito cittadino è preso in ostaggio da chi dice che va tutto bene madama la marchesa, e chi lancia strali contro chi amministra la città senza però munirsi di un progetto alternativo.
Stiamo sempre a parlare di fontanelle per l’acqua, strade dissestate, canili, cacche di animali, sampietrini messi male, ombrelloni e tavolini per il Corso (magari si risolvessero almeno questi problemi!), oppure di fantasmagorici Progetto Orvieto 2, 3, la vendetta. Quando qualcuno si azzarda a portare in consiglio comunale problemi più grandi come la sanità, il disagio economico, i trasporti, etc., viene zittito con frasi del tipo “e allora voi, che avete fatto voi prima di noi?” Se questa è la qualità della discussione che avverrà da qui alle prossime amministrative meglio consegnare le chiavi ad un Estate Realtor, un immobiliarista insomma, e mettere il cartello vendesi a Porta Romana, mettere su un bell’albergo a cinque stelle, costruire una spiaggetta nel ripiano aperto di Foro Boario, e distribuire un casco sensoriale per ogni bed and breakfast (regolare e abusivo), magari per far incontrare il turista di turno con l’ologramma di Manno di Corrado, esperienza autentica (chissà come appariva a suo tempo). Ecco, a me Orvieto sembra messa così, e pensare che ci si camperebbe bene, almeno mi dicono i turisti.

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