La scelta delle capitali italiane della cultura ha evidenziato una disparità evidente di trattamento per chiunque abbia l’onestà intellettuale di vedere. Va ricordato anzitutto in termini semplici che la decisione non dovrebbe premiare la città con il duomo più bello e il museo più pieno. Dovrebbe riconoscere invece la capacità di tutto un territorio di valorizzare mettendo a sistema la propria storia e la propria identità culturale. Diventa un percorso virtuoso, un minimo comun denominatore di alta qualità in grado di sovrastare/superare problemi economici, divergenze politiche, coordinamento tra enti, sensibilità religiose, opinioni artistiche, sentimenti personali.
Brescia, peraltro insieme a Bergamo, viene scelta nel 2020. Non è certo casuale l’ esplicito “Segno di speranza, orgoglio e rilancio. Un necessario momento di bellezza dopo la drammatica esperienza pandemica.”
E’ però altrettanto doveroso evidenziare per Brescia qualche grossolana nota stonata:
Da 80 anni Brescia ha abbandonato alle intemperie nei recinti comunali non visitabili la statua di un uomo nudo in marmo opera del maestro razionalista Arturo Dazzi rimossa dalla centralissima piazza della Vittoria.
Brescia per 80 anni e neanche in previsione della valutazione a capitale italiana della cultura, non riesce a riportare la statua scolpita dal Maestro Dazzi nella piazza per la quale era stata urbanisticamente concepita insieme a vari edifici. Non è sufficiente l’esplicito ripetuto parere positivo della competente Soprintendenza. Non sono sufficienti ripetuti appelli alla ragione del mondo accademico e di storici dell’arte del calibro di Vittorio Sgarbi.
La statua viene purtroppo qualificata “fascista”, perché scolpita durante il ventennio e inaugurata da Mussolini. Ma rappresenta solo un giovane uomo nudo e muscoloso. Non ha scritte nostalgiche, non fa gestacci o saluti fascisti, anzi, una mano ha perfino il pugno chiuso. Però fazioni e ideologie battono cultura e arte.
Il veto esplicito dei Vescovi già dagli anni ‘30 impone da subito una foglia di vite per salvaguardare “innocenza e pudicizia”. E’ peraltro rivolto ad una statua profana e senza legami con la Chiesa. Negli anni alimenta voci artisticamente negative/denigratorie. In tempi recentissimi non muta, restando significativamente silente di fronte ai tentativi ciclici di riportare una statua non sacra in una pubblica piazza. L’integralismo religioso batte cultura e arte. Tutte le opposizioni politiche/sociali dividono ancora Brescia. Associazioni di partigiani e perfino di disabili considerano un grave insulto esporre di nuovo la statua di un giovane nudo e muscoloso che ostenta il pugno, scolpita un secolo fa. La politica più becera batte ancora una volta cultura e arte.
Evidenti le differenze in percorsi qualitativi affini scelti da Orvieto:
Per 120 anni Orvieto non abbandona alle intemperie le 18 statue manieriste in marmo di Giambologna, Ippolito Scalza, Francesco Mochi e altri maestri rimosse dal Duomo ma le musealizza.
Risulta determinante il ripetuto parere positivo della Soprintendenza. Forse ancora più dirompente l’appello di storici come Cesare Brandi, Federico Zeri, Antonio Paolucci.
Il veto determinante/intransigente del Vescovo di Orvieto ancora nei recenti anni ‘80 seguiva la imbarazzante scia di plurisecolare sfavore di Pio IX, ultimo Papa Re, nel 1857 e di un Cardinale oscurantista orvietano del ‘600. Viene finalmente superato anche questo veto, insormontabile ostacolo per delle statue sacre dentro al Duomo. Cultura e arte battono l’integralismo religioso.
Nel 2020 Orvieto le riporta dentro al Duomo dove erano in origine. Il ripristino avviene peraltro in antisismica sicurezza sperimentando procedure di prevenzione avveniristiche per tutto il patrimonio culturale italiano.
Vengono sapientemente del tutto ignorate simbologie dal possibile sapore vagamente prefascista come il manganello di Giacomo, la squadraccia di Tommaso, l’aquila di Giovanni, il coltellaccio di Bartolomeo e altre. Cultura e arte battono le fazioni e le ideologie.
Perfino le opposizioni politiche fingono di non ricordare che quel sovranista manierista di Ippolito Scalza “non si allontanò mai dal contado di Orvieto se non per brevi periodi e a stretto raggio”. La loro intelligenza culturalmente lungimirante ignora o minimizza lo slogan pluriennale di Scalza“prima gli orvietani”. Cultura e arte battono la politica.

Nonostante tutto, Brescia viene scelta nel 2020 ma Orvieto non viene scelta nel 2023. E’ pur vero che non decide solo la scultura nel percorso culturale. E’ vero che razionalismo e manierismo sono stili diversi di epoche diverse. Però è altrettanto vero che come statue in marmo e riconciliazione culturale Orvieto batte Brescia 18 a 0 in una ipotetica partita. In un match peraltro disputato “fuori casa” tra le navate del Duomo, non gli spazi comunali. Qualsiasi elementare cultore di buona amministrazione vedrebbe prima di un avvocato tanta contraddittorietà e disparità di trattamento. (Fausto Ermini)
FOTO BRESCIA
Archivio Fondazione Luigi Micheletti.
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FOTO ORVIETO
Stefano Miliani
Massimo Achilli
Fausto Ermini








