
di Maurizio Santopietro
La presenza di Nando al collegio è stata molto significativa per tutti noi bambini, “fije di Don Marzio”, per i monterubiagliesi. L’impatto emotivo fu caloroso, l’impronta, pedagogica e ludica. Non si può non citare l’ebbrezza “bambinesca” di averci organizzato una sorta di campionato di calcio (oggi si sarebbe detto di calcetto), con lui che ci faceva l’arbitro: un’altra esperienza per noi inenarrabile!! Giocavamo su un pavimento di mattonella e cemento. In quel periodo, in collegio eravamo sui 120 unità, fra bambini e adolescenti.
Correvano i primi anni 70…In una partita, in cui la mia squadra perdeva sonoramente, Nando apprezzò così tanto lo spirito combattivo profuso nonostante l’enorme divario di gol, che mi prese in braccio (fisicamente son stato sempre più piccolino degli altri) facendomi i complimenti: gli ricordavo la grinta del “cuore Toro”, (lui tifava il Torino, affascinato dal “Grande Torino” di Valentino Mazzola & co.). In un altro “campionato” mi ritrovai a giocare con la signorina Rita, capitano della squadra: la direzione di gara dell’arbitro Scattoni, non ne fu minimamente influenzata, sebbene avessimo una collega in squadra!
Una volta, alla fine di un soggiorno a casa (Roma) – ora non ricordo per quale festività -, mi portò con sé dalla stazione Ostiense e feci con lui il tragitto, quand’era in servizio come conduttore (controllava i biglietti): il treno si fermò in ogni stazione, anche la più desolata: da Roma a Orvieto ci impiegò tre ore e mezza. Partimmo che erano le 14.30 circa, e arrivammo col buio, alle 18. Era un mio piccolo desiderio, fare un viaggio in treno con lui mentre era in servizio. Poi prese subito l’auto e mi portò a Monterubiaglio, in tempo per la cena. Qualche anno dopo, gli anticipai che avrei preso il treno in cui c’era anche lui, ma poi me ne tornai il giorno dopo…
Nando, non vedendomi e preoccupandosi, mi fece chiamare dagli altoparlanti più volte, mi rimproverò poi…. Scusandomi, il giorno dopo gli spiegai, sentendomi in colpa, i motivi della mia “scorrettezza”…Tra le tante iniziative, formò la “Nazionale del collegio”, organizzando incontro anche con le rappresentative di altri paesi, fra cui Ficulle, il luogo dove nacque Don Marzio.
In quel periodo, tra gli anni 60 e 70 gli educatori professionali, non erano ancora così diffusi, tanto che chiamavamo la nostra educatrice di riferimento la “signorina” (poi il nome, ovviamente) o “assistente”: simbolicamente, Don Marzio rappresentava il papà di tutti noi bambini (a prescindere che si avesse i genitori naturali), e gli/le assistenti, fratelli/sorelle maggiori (le figure maschili stabili furono sostanzialmente Nando Scattoni, e Cecchitelli).
L’idea educativa dominante era quello socialmente e culturalmente condivisa, cioè basata sul “buon senso”, sul metodo “carota e bastone”, con impliciti accenni montessoriani,. Premesso che Nando amasse molto il modello “casa famiglia” creato da Don Marzio, ma ancor di più, amava l’atmosfera di liberalità (non c’erano cancelli chiusi, si poteva quindi uscire fuori (previo avviso all’assistente) per andare a compare un gelato al bar o per fare una passeggiata; c’era la televisione in refettorio e nelle camere) che caratterizzava umanamente in assoluto il “San Domenico Savio”.
Nando apportò, con la sua personalità e con i suoi valori etici, altra esperienza nella pratica pedagogica, di cui si arricchirono tutti gli altri adulti, in particolar modo Cecchitelli: miscelava il tratto “legalista”, di marcata disciplina, di estrema onestà, tipico del militare (ex paracadutista, ex arbitro ed anche controllore di biglietti sui treni) con la capacità di realizzare momenti ludici di piacevole evasione, rendendosi disponibile in prima persona, portando al cinema con la sua auto quanti avessero voluto o, magari, organizzando tornei di scacchi o, ancora, invitando al bar (offriva lui) il gruppo di bambini con cui aveva “lavorato” in quella circostanza.
Era deciso, severo nell’azione disciplinare, mai violento, ma sempre pronto alla riconciliazione. Anche nel tempo, continuò a rimanere in contatto con noi, manifestando costanza affettiva: in un’occasione, meno di un decennio fummo invitati a pranzo a casa sua (eravamo in 7/8 ex bambini). Dopo un lauto pasto (sapeva anche ben cucinare), ci invitò nella sua cantina…(e vi lascio immaginare)…Come il buon vino, era un genuino Doc. Sempre.








