L’alluvione di Orvieto del 12 Novembre 2012 ha messo in evidenza la fragilità dell’ecosistema Paglia e la necessità di nuove ed urgenti misure per la messa in sicurezza del territorio. Tale fragilità naturale si trasforma ovviamente in catastrofe, quando impatta in un territorio urbanizzato in palese contrasto con le dinamiche morfologiche, idrologiche ed idrauliche del fiume. Ricordo soltanto, nel caso della città di Orvieto, i rilevati autostradale e ferroviario, aventi un tracciato longitudinale al fiume Paglia, e che rappresentano da un lato una barriera nei
confronti degli allagamenti del fiume Paglia e dall’altro un ostacolo al deflusso delle acque degli affluenti di destra dello stesso Paglia. A questi si aggiungono i sottopassi e tombini esistenti i quali, da un lato garantiscono una ridistribuzione dei flussi idraulici ma, come nel caso del 2012, sono stati lo strumento di deflusso della piena dal fiume Paglia verso le aree urbanizzate di Orvieto scalo.
L’origine delle criticità del 2012 è sicuramente da imputare a scelte urbanistiche locali basate su una limitata conoscenza scientifica ed una scarsa lungimiranza politica, senza voler necessariamente parlare di interessi non trasparenti. La mancanza di lungimiranza politica è però evidente anche a livello centrale perché è soltanto dopo la tragedia di Sarno, nel 1998, che si tenta, finalmente, di applicare la legge n.180 del 1989 sulla difesa del suolo; perché le norme, i piani ed il ruolo delle autorità di bacino sono stati lentamente resi ininfluenti; perché non è stata in grado di stabilire una gerarchia ed una sintesi di responsabilità sul territorio, di fatto vanificando quanto previsto dalla legge 180 del 1989.
La colpa non è comunque solo dei decisori politici del passato, sia locali che nazionali, ma anche di una conoscenza scientifica in continua evoluzione e mai definitiva e di una legislazione che si aggiorna, a livello nazionale, disastro dopo disastro, ma che non è in grado di stabilire regole e piani certi nello sviluppo di medio-lungo periodo del territorio. Tali elementi di incertezza si ravvisano anche nelle politiche di messa in sicurezza del bacino del Paglia dopo l’alluvione del 2012: è palese la frammentazione delle competenze nella tutela del bacino, la incapacità degli enti preposti a sviluppare una politica di protezione del paesaggio naturale, delle infrastrutture e dei cittadini in equilibrio con l’evoluzione naturale dell’ambiente idraulico, la necessità di aggiornamenti pianificatori e procedurali che garantiscano una equilibrata gestione del territorio.
Un tentativo di sintesi, almeno per quanto attiene alle politiche di finanziamento, venne effettuato nell’ultimo decennio con il programma Italia Sicura che, raccogliendo ed armonizzando i molti dati ISPRA, fu in grado di stabilire un quadro nazionale di criticità e risorse necessarie. Purtroppo anche questa struttura, con il cambio dei governi, cessò la propria funzione.
In conclusione, sono passati 10 anni dall’alluvione del 2012, molte altre ve ne sono state in Italia, ma una chiara legislazione e dotazione tecnica, che parta dal livello centrale per poi essere trasferita agli amministratori locali ancora manca. Basti pensare ai Piani per l’Assetto Idrogeologico, strumento iportante realizzato dalle autorità di bacino, oggi di distretto, i quali alla luce dei cambiamenti climatici in atto necessiterebbero di un fondamentale aggiornamento su tutto il territorio nazionale.
Prof. Claudio Margottini
Comune di Orvieto
Assessore Energia, Ambiente e Protezione Civile (2011-2015)








