Nel piano di marketing territoriale annunciato dal sindaco di Orvieto si legge che sono previsti “percorsi esperienziali legati all’artigianato e all’enogastronomia…con la finalità di costruire un nuovo tipo di prodotto
turistico”. Sorge la domanda: dove sono finiti i nostri monumenti? Enogastronomia e artigianato, artigianato ed enogastronomia: non si sente parlare d’altro! E il Duomo? E il Pozzo? Perché una città d’arte come Orvieto non ha incluso tra i percorsi esperienziali anche i suoi grandi capolavori d’arte e d’architettura?
E non è che in questi ultimi vent’anni non ci siano state iniziative in tal senso. Basta pensare al Giubileo del 2000 quando si stipulò una convenzione tra Regione e Vescovi Umbri per meglio valorizzare i beni culturali ecclesiastici. L’esperimento purtroppo durò solo pochi anni quando si erano avviate ad delle realtà che potevano dare un importante contributo in questo settore veramente strategico. Chi può negare che il Duomo e il Pozzo dovrebbero essere i primi ad essere valorizzati e promossi visto che lì dentro c’è storia, arte, architettura, teologia, filosofia, letteratura e leggenda, una ricchezza di simboli e significati che nessun altro luogo possiede. Come se la fama di Orvieto non dipendesse proprio da loro, al punto che già nel 1616 il Carrarini aveva messo ben in risalto quei monumenti con il suo originalissimo manifesto intitolato “Le Meraviglie della città d’Orvieto”. Meraviglie! E non si potrebbero chiamare diversamente perché tutti i capolavori d’arte non finiscono mai di stupire, di meravigliare.

Prediamo, ad esempio, la cappella del Corporale. Il problema quando si cerca di far conoscere alla gente la bellezza di un luogo sacro come questo sta nella capacità di unire due competenze, quella artistica e quella teologica, accompagnata da una buona capacità di comunicazione e divulgazione. Solo un’intelligente e creativa sinergia di queste componenti consentirà di riscoprire significati ancora nascosti, addirittura in qualche caso impensabili, facendo della cattedrale non più un monumento del passato ma un’opera incredibilmente attuale, un’opera eterna e quindi ‘messaggera’ in ogni tempo.
Libri, conferenze, saggi, guide, esperti che si sono succeduti ad osservare e a studiare ogni minimo particolare del ciclo pittorico terminato nel 1364 da Ugolino di Prete Ilario, ebbene tutto ciò non è ancora sufficiente a far nascere lo stupore di fronte a tanta ricchezza di immagini.
Il pensiero va alle motivazioni più profonde dei nostri antenati che dipinsero senza sosta un mondo, quello mondo medioevale, destinato a rimanere per sempre nell’immaginario collettivo. Regni perduti e riconquistati, eresie e conversioni, cavalieri crociati alla ricerca delle più preziose reliquie e messe prodigiose, le scene raffigurate nella Cappella sembrano trascinare lo spettatore ben oltre ciò che appare per condurlo verso qualcosa d’inaspettato, di arcano. La misteriosa figura del cavaliere dell’apocalisse che galoppa su un bianco destriero non rievoca forse l’eroico Perceval, simbolo della perfezione spirituale, che di fronte a un mondo tormentato da guerre, carestie e pestilenze è disposto a dare tutta la sua vita per la salvezza dell’umanità?
Il più grande trattato sull’eucarestia mai realizzato nell’arte, si dispiega dunque sulle pareti raccontando la sua indimenticabile storia con la quale si dischiude poco a poco tutta l’anima del Medioevo, il tempo in cui sacro e profano, visibile e invisibile, terreno e trascendente, si fondevano lasciando trasparire quel ‘modello’ di umanità, prefigurazione dell’umanesimo cristiano, da cui nacque la civiltà e la spiritualità d’Europa, l’Anima d’Europa.

Cosa accadrebbe se scoprissimo che a esaltare il miracolo di Bolsena con la sua venerabile reliquia non furono solamente le solenni processioni del Corpus Domini o le sacre rappresentazioni sul sagrato del duomo, ma una
mirabile storia che Ugolino descrive nei suoi affreschi? In questo caso dovremmo andare indietro nel tempo ed entrare nella visione spirituale dell’autore e dei teologi domenicani che dettarono il programma iconografico.
Ecco allora che i personaggi e le storie prendono vita, si colorano come testi miniati chiedendo al visitatore di oggi uno sforzo immaginifico per comprenderne il significato. Così la mistica Cappella potrà ricomporre i suoi spazi ancora vuoti e dischiudere agli occhi dello spettatore un altro mondo, un’altra realtà che colpisce ed eleva l’anima. L’arte ritrova così la sua funzioneeducativa e iniziatica e cioè di introduzione emotiva, fisica, esperienziale in quei misteri della salvezza che, seppur appartenenti al passato, rendono l’opera ancora ‘viva’.
È quindi un errore pensare che il Duomo e il Pozzo non abbiano bisogno di essere valorizzati e promossi perché ormai sono conosciuti nel mondo (la Torre Eiffel, ad esempio, continua ad essere pubblicizzata dai francesi), al
contrario sono le eccellenze artistiche, con il loro valore religioso e culturale autentico, a proporre dei ‘percorsi esperienziali’ senza pari poiché sono nate proprio per questo, per trasformare chi guarda da semplice spettatore a ‘coprotagonista’ dell’opera.

Egli in realtà non ha di fronte solo delle immagini narrative, piuttosto un mezzo privilegiato per intraprendere un viaggio sorprendente, quello della fede e del mito, che potrà trasformarlo nel pellegrino del XXI secolo alla cerca del suo bene più prezioso. Tutte le istituzioni cittadine dovrebbero unirsi e cercare di realizzare, in un clima di collaborazione e cooperazione, idee e progettualità volte ad intercettare quelle risorse economiche che possono dare nuovo impulso alla città. Fare un ‘progetto’ sul Duomo non significa inventarsi qualcosa perché il Duomo ha già un suo progetto, bisogna solo riscoprirlo lasciandosi guidare dalla sua intuizione e dal suo messaggio, dalla capacità del tutto originale e affascinante che ha di parlare all’uomo di oggi.









