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Home Economia

La vera cosa di sinistra da fare a Orvieto? Occuparsi del mercato immobiliare

Redazione by Redazione
5 Giugno 2022
in Economia, Secondarie, Archivio notizie
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Come accettare serenamente il declino facendo finta che il problema non esista. Allo stesso modo delle persone malate che si rifiutano di andare dal medico per evitare di dover pensare al proprio male, così Orvieto continua da decenni a far finta di non essere una splendida candela che si spegne ogni mese di più.
Che la cera stia lentamente terminando non interessa a nessuno in una città che ha tacitamente accettato il destino di essere ora e nel futuro solo un presepe a uso turistico, un ritiro agiato per stranieri benestanti e un ospizio elegante e super confortevole.

I dati statistici sono stranoti e disegnano la parabola di una comunità che avrebbe bisogno di una radicale cura da cavallo per evitare di estinguersi per dissanguamento. Oltre il 28 % della popolazione è ormai da anni costituita da over 65 mentre le classi anagrafiche delle persone in età da lavoro sono sempre più rarefatte e la popolazione minorenne langue in maniera allarmante.
A partire dal 2017 è anche iniziato il fenomeno della riduzione della popolazione straniera ed il dato positivo che, a fine 2021, si sia momentaneamente risaliti sopra quota 20 mila abitanti è così labile e casuale che nessuno ha saputo effettivamente dire a cosa sia dovuto, ma la tendenza è quella esattamente opposta.

In un contesto di progressivo spegnimento e “todizzazione” (la tanto celebrata città di Jacopone ha un centro storico ormai ridotto a meno di 1500 residenti), colpisce la grave mancanza di un pur minimo dibattito sul futuro che ci attende, come se fosse appunto invalsa la rassegnazione implicita che il futuro non esista o, se esiste, non ce ne dobbiamo occupare noi perchè tanto la prospettiva è quella di diventare tutti gestori di un bed and brekast nella casa della nonna. Due sono, a mio giudizio, i temi che vengono elusi con una singolare pervicacia che si spiega solo con la paura del ceto politico del momento di non essere in realtà in grado di incidere sulle condizioni strutturali della comunità. Il primo è l’abbandono di ogni politica finalizzata ad attrarre investimenti ed il secondo è la passività mentale e politica di fronte ad un mercato immobiliare estremamente alto che implica molti elementi positivi, ma che rappresenta un forte freno alla crescita demografica.

Sul fronte del marketing territoriale, la paralisi è totale. Dopo il fallimento imbarazzante del consorzio Crescendo in cui si è consumata una delle inconcludenze più plateali della vecchia sinistra, anche questo tema è stato rimosso come se non avessimo in realtà bisogno di una strategia in grado di attrarre investimenti privati oltre che pubblici, avendo oltretutto a disposizione beni, strutture, aree (Bardano) e collegamenti che non tutti possono vantare. Il costo delle case è l’altro grande tema.
A maggio 2022, le transazioni immobiliari ad Orvieto hanno superato il valore di 1783 euro al metro quadrato, a Terni sono state pari a 900 euro, a Perugia di 1155 euro, a Viterbo di 1273 euro. In queste condizioni che prospettive offre Orvieto a persone, soprattutto giovani ma non solo, con redditi normali o medio bassi per venire a vivere qui? Nessuna, anzi è un luogo off limits. Qui vogliamo solo i ricchi, evidentemente, meglio se con i capelli grigi. Pensare di investire sull’edilizia residenziale pubblica, costruire nuove case su terreni pubblici o trasformare in abitazioni immobili pubblici per evitare che il prezzo finale della case sconti la rivalutazione fondiaria, è un tabù o se ne può discutere?

Lo strumento urbanistico consente ad un ente pubblico di agire con efficacia sul mercato immobiliare e forse è arrivato il momento di parlarne. L’economia orvietana è da sempre imbrigliata nella logica della rendita (si vedano, ad esempio i canoni di locazione commerciale del centro) e l’eventuale intervento urbanistico dovrebbe essere saggiamente calibrato, nella consapevolezza che i valori immobiliari così alti racchiudono non solo la dimensione della rendita a vantaggio dei più ricchi, ma anche i sacrifici e i risparmi di molte famiglie, però è innaccettabile non fare niente, non porsi nemmeno il problema di una città che è strutturalmente respingente per i giovani a cui servono in primis lavoro a casa e nella quale sarebbe interessante e forse innovativo, poter progettare piccoli quartieri con abitazioni dai costi accessibili.
La notizia che adesso le forze politiche all’unanimità intendano riaprire il dossier della Piave è senz’altro positiva, così come è positivo il grande ed efficace sforzo fatto negli ultimi due anni sul versante della promozione turistica. La caserma Piave può essere anche adibita ad uso residenziale? Discutiamone, valutando ogni prospettiva, ma nel contesto di una domanda che bisogna ricominciare a porsi: come vogliamo che sia la Orvieto dei prossimi venti, trent’anni? (Claudio Lattanzi)

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