
di Mirabilia Orvieto
In questa seconda domenica d’Avvento, l’inizio del vangelo è veramente altisonante. Luca colloca i fatti al tempo dell’impero di Cesare Augusto, quando era governatore della Giudea Ponzio Pilato, e Anna e Caifa erano le massime autorità religiose di Gerusalemme.
Ecco che allora Dio mandò la sua parola ad uno sconosciuto di nome Giovanni. La bibbia parla di lui come la voce di uno che grida dal deserto. Anello di congiunzione tra l’Antica e la Nuova Alleanza, questa figura viene giustamente presentata nell’Avvento che non significa l’attesa, ma la ‘venuta’ di Dio nella storia. Il Battista è sulla riva del Giordano, quello stesso fiume che Israele aveva attraversato secoli prima per passare dal deserto alla Terra promessa. Egli chiede a tutti, indistintamente, ad ebrei e pagani(il fiume segnava infatti il confine tra il popolo eletto e il resto del mondo), di prepararsi all’inizio del tempo messianico profetizzato da Isaia:
“Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sia riempito,
ogni monte e ogni colle sia abbassato;
i passi tortuosi siano diritti;
i luoghi impervi spianati“.

L’immagine annuncia che la venuta di Dio dovrà essere accompagnata dall’agire dell’uomo, e cioè dalla sua volontà di trasformare un mondo paragonato ad un terreno accidentato e ostile, costellato di salite e dirupi, che ha bisogno di essere appianato, reso agevole e percorribile. Il ‘battezzatore’ si rivolge a coloro che, lontano da Gerusalemme, osano ancora sperare nella rinascita del genere umano costretto a vivere in una terra di schiavi e mercenari. Con il gesto simbolico del battesimo, Giovanni predica una trasformazione profonda e radicale del cuore dell’uomo per accogliere una nuova creazione, un nuovo paradiso terrestre.
Immergersi nelle acque purificatici del Giordano significava nel linguaggio biblico divenire un tutt’uno con la parola del Battista, con il suo grido, con la sua sofferenza e la sua speranza, perché rito e messaggio sono la stessa cosa. Non si trattava di una ‘conversione’ religiosa volta a un generico ritorno a Dio, ma di un cambiamento totale della vita, degli atteggiamenti esistenziali, del modo di relazionarsi con gli altri: come dire “hai pensato, sentito, vissuto in un certo modo?” …bene, dice Giovanni, “da questo momento in poi pensa, senti e vivi in un altro!”.
La salvezza di Dio non è dunque solo per i credenti che sperano nell’aldilà, ma è qui e ora per l’umanità intera poiché il Regno di Dio è un regno universale, un regno di equità che sconvolge cieli e terra, rovesciando i potenti dai troni e innalzando gli umili. Questo regno colmerà ogni ‘dislivello’, economico e sociale, psicologico e culturale, creando sulla terra quella giustizia che annullerà la distanza tra chi si trova in fondo al burrone e chi pensa invece di stare sulla cima del monte.

Con Cristo crolla l’idea della religione, intesa come mera consolazione di una vita ingiusta e infelice, che viene sostituita dalla forza trasformante e rigenerante del vangelo il cui potere si incarna nella storia proprio per ridare dignità e libertà agli uomini. La logica dell’egoismo e dell’interesse che è potenza di dominio ha la possibilità di convertirsi nella potenza dell’amore per un mondo più umano e, quindi, per una società più giusta dove non si vive solo per se stessi ma per il bene degli altri. A questo punto le folle, i pubblicani(coloro che riscuotevano le tasse) e i soldati chiesero a Giovanni: “Cosa dobbiamo fare?”. Semplice: “Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto… Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato… Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno”.
Questa è la giustizia terrena che chiede Giovanni senza la quale non è possibile né comprendere né accogliere il Regno di Dio.








