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Home Cultura

Il Sinodo invisibile

Redazione by Redazione
21 Dicembre 2021
in Cultura, Secondarie, Archivio notizie
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di Fabio Massimo del Sole

Più che un “evento” è un “processo”, così viene definito il Sinodo dei vescovi indetto quest’anno dalla Chiesa cattolica e che si rivolgerà a tutti i fedeli. I lavori si svolgeranno dall’ottobre del 2012 all’ottobre del 2023 e al centro sarà il tema “l’ascolto del popolo di Dio”.

Se sono questi i presupposti allora dovremmo aspettarci di trovare, nelle comunità parrocchiali e non solo, un certo entusiasmo e perché no anche di preoccupazione per l’opportunità che si sta offrendo in un momento storico così unico e irripetibile. Ma indire un Sinodo significa “rendere la Chiesa inquieta, scomoda, tesa perché agitata dal soffio divino”, interviene il direttore di “La civiltà cattolica” padre Antonio Spadaro, altrimenti lungi dall’essere una risorsa questo grande appuntamento potrebbe rivelarsi un problema.

Aprile è dietro l’angolo e ancora si sa molto poco su cosa fare in concreto, quali strumenti adottare e dove poter scambiare esperienze, diversamente da quanto sta già accadendo in Germania, Australia e Irlanda. Certamente non sarà una passeggiata cambiare la mentalità di coloro che, ha ricordato il papa, intendono la chiesa come “il privilegio di una posizione esclusiva di potere” dove tutto discende dall’alto sopra la testa delle persone.


Vaticano, Sinodo dei vescovi

In questo senso c’è un gran lavoro da fare. Il papa parla di confronto, di dibattito, di apertura al mondo, di far sentire la propria voce, sostenuti e incoraggiati da una comunità in dialogo! È questo il momento per interrogarsi e riflettere sul presente, sul passato e sul futuro in vista di “una chiesa che non si separa dalla vita”, sottolinea ancora Francesco all’incontro inaugurale del 9 ottobre. Se non c’è il senso di vertigine, se non si sperimenta il terremoto, se non c’è il dubbio metodico, difficilmente si potrà avviare la cosiddetta “macchina sinodale”. E se lo spirito è azione allora “dà un calcio al tavolo” come quando Cristo “rovesciò i tavoli” dei mercanti del tempio. Ma chi sono oggi questi mercanti? Di sicuro non sono i peccatori, non sono i cosiddetti “lontani”, i non credenti, e neanche chi si professa anticlericale.

Anzi sono proprio essi che aiutano i credenti a capire meglio se stessi, a dirgli cosa c’è dentro il cuore degli uomini, a indicargli il senso profondo della storia. I mercanti sono sempre vicini al tempio, perché lì curano i propri interessi mettendo avanti le cose di Dio… riti, catechesi, formazione, organizzazione, strutture, certezze pastorali, ecc.; i mercanti si sentono al riparo dalla precarietà e dalla complessità della vita, mentre rispondono con l’immobilismo all’incalzare dei nuovi problemi, la proverbiale “toppa” vecchia cucita sul vestito nuovo. Il nuovo invece rompe sempre con il passato trasformando ciò che è statico in dinamico, ciò che è chiuso in aperto, ciò che è rigido in duttile e flessibile, come dire che il pachiderma diventerà un’antilope, lo stagno si tramuterà in un torrente in piena.

Questo Sinodo non doveva forse nascere dal “basso” e coinvolgere tutti attraverso i cosiddetti organismi di partecipazione dei fedeli? Dove sono? Quali iniziative sono state avviate finora? Se in Vaticano non arriva un’analisi dello stato reale in cui versa la chiesa di oggi, che senso ha dire di voler cambiare le cose? È tempo di “mettersi in gioco” e “il gioco raggiunge il proprio scopo solo se il giocatore si immerge totalmente in esso”, scrive Gadamer nel suo celebre saggio “Verità e metodo”. E le regole del gioco sono dettate dal concilio Vaticano II, il quale tanto fece per il benessere del cristianesimo, aiutandolo a recuperare tante energie: “Questo concilio -afferma il cardinale Rowan Williams, uno dei più noti e acuti teologi contemporanei- fu un segno molto promettente, un segno che la chiesa era abbastanza forte da poter rivolgere a se stessa alcune domande esigenti sull’adeguatezza della propria cultura e delle proprie strutture per il compito di condividere il vangelo con la complessa, spesso ribelle, sempre inquieta mentalità del mondo moderno”.

In sintonia con queste parole è quanto si legge nel Documento Preparatorio del Sinodo. Qui non si tratta di “produrre documenti, ma far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze… imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani”. Cosa dire? Forse si è così abituati a sentire certe cose da ritenerle solo delle belle parole, ma il tempo passa e si ha la sensazione di assistere ad un copione, quello delle buone intenzioni, che si ripete all’infinito. Al contrario, non ci si può cullare nell’illusione di avere in mano la salvezza soltanto perché si appartiene alla chiesa, soltanto perché si è ‘ossequienti’ all’istituzione, soltanto perché si praticano i sacramenti e ci si dice osservanti.

In una situazione così tristemente drammatica, in cui “tutti sono a rimorchio” e nello stesso tempo “ognuno pensa per sé”, sembra risuonare l’appello di Gesù quando ai suoi interlocutori disse: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!”. Il rischio è che anche questo Sinodo si riveli, ancora una volta, invisibile.

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