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Home Cultura

Una comunicazione difficile

Redazione by Redazione
1 Settembre 2021
in Cultura, Secondarie, Archivio notizie
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di Mirabilia Orvieto

“In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme” (Marco 7, 1-23). Inizia così il vangelo di Marco di questa domenica. Lo scontro di Cristo con l’istituzione religiosa si fa sempre più serrato, la comunicazione sempre più difficile. A una lettura attenta si nota che nel racconto c’è la diagnosi e la terapia di quella incomprensione.

Una delegazione di Giudei si sposta infatti da Gerusalemme per una questione allora molto importante. I discepoli di Cristo sono accusati di mangiare senza lavarsi le mani, e cioè senza prima essersi purificati secondo la Legge. Questo fatto, che potrebbe sembrare una semplice disputa sulle tradizioni religiose, è in realtà un vero e proprio attacco ad un certo modo di concepire il rapporto con Dio.

Ciò che per Gesù non funziona è una forma di religiosità che guarda esclusivamente all’aspetto esteriore, la religiosità delle labbra, fatta di parole e di moltiplicazione di riti. Ora gli scribi tornano all’attacco, perché considerano Gesù pericoloso visto che il suo messaggio si era diffuso oltre la Galilea. Quell’uomo comunicava vita, soprattutto a chi si sentiva emarginato e privo di speranza. Molti continuavano ad ascoltarlo e per questo gli scribi, ovvero gli esperti della parola di Dio, sono costretti a partire per la seconda volta da Gerusalemme. Ma giunti lì, ad ascoltare Cristo non hanno trovato altri seguaci di riti e precetti, piuttosto delle semplici persone che aveva lasciato il proprio lavoro, la propria casa, i propri affetti per ascoltare il vangelo; erano quelle donne e quegli uomini che spinti dal bisogno di un cambiamento profondo attendevano con ansia la propria liberazione. Allora Gesù chiama di nuovo la folla e si rivolge a tutti quanti e dice “ascoltatemi”.

Concilio della Chiesa Ortodossa

La chiusura di quei Giudei osservanti è esattamente quella di chi sostiene che certe tradizioni e usanze provengono da Dio, dalla sua volontà, e quindi sono essenziali per la vita. Un esempio? Basta andare un po’ indietro nel tempo, quando la Chiesa Ortodossa Russa si riunì in concilio per discutere sul colore dei paramenti sacri da indossare nelle funzioni liturgiche, mentre fuori infuriava la rivoluzione del 1917! Da ora in poi ciò che determina il rapporto con Dio non è qualcosa di esterno all’uomo, e neanche quello che riguarda il culto, ma sono tutti i buoni o i cattivi atteggiamenti che possono fare bene o male agli altri: il principio del bene e del male è nel cuore buono o cattivo dell’uomo, un cuore che può essere illuminato, umano, oppure ottuso e accecato dall’egoismo.

Nel brano di Marco, Gesù indica dodici mali, tutti rivolti all’uomo e nessuno che riguarda il culto verso Dio: “prostituzioni, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia e stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo”. Ecco la diagnosi. La distinzione tra puro e impuro non viene dunque da Dio ma è la conseguenza dell’agire umano, perché il male nasce sempre dalla cattiva relazione che ciascuno ha nei confronti degli altri.

Il male è come un virus pericoloso che si annida e non va via, sta accovacciato accanto al cuore dell’uomo e aspetta il momento giusto per colpire! La terapia consiste dunque nel liberarsi dall’apparenza e dalle forme, e spostare tutta l’attenzione alla sostanza, a ciò che conta veramente. Per i Giudei è molto più facile praticare riti, seguire regole, preoccuparsi di quello che si deve o non si deve fare, piuttosto che conoscere ciò che sta nel cuore, all’interno di se stessi, perché questo esige impegno, riflessione, profondità, costanza, ricerca di senso.

I farisei si aggrappano stupidamente e avidamente a vecchie e sterili usanze, che sono precetti di uomini, perdendo di vista, anzi abbandonando deliberatamente, la parola di Dio che si traduce sempre nell’attenzione e nell’amore verso il prossimo.  È questa la stoltezza della religione, un ottundimento e una sterilità dell’anima che fa credere alle persone di onorare Dio quando invece imprigiona la coscienza nella logica di vivere soltanto per sé stessi, guardando soltanto ai propri bisogni, all’ipocrisia di sentirsi buoni e puri davanti agli altri, senza badare minimamente alla vita dell’altro.

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