
Il buon pastore
“Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore“. Quale immagine più bella di questa?
Il termine greco che utilizza Giovanni nel suo vangelo è infatti ‘kalos’ che significa ‘il bel pastore’. Niente dunque che riguardi la proverbiale bontà di Cristo di cui si sono spesi fiumi di parole in secoli di storia della chiesa. Qui c’è molto di più, c’è l’essenza di un modo di essere. Gesù è il bel pastore, cioè il pastore vero perché dà la vita per le sue pecore. Nel libro di Ezechiele si trova scritto che un giorno il Signore sarebbe divenuto il pastore d’Israele: “Verrà il tempo in cui io stesso mi prenderò cura del mio gregge”. Al di là di ogni aspettativa Dio non solo si prenderà cura degli uomini, ma addirittura arriverà in Cristo a dare la vita per loro.
Nella parabola si parla anche dei cattivi o falsi pastori che Gesù chiama ‘mercenari’, e cioè coloro che dicono di servire gli altri ma che agiscono per il proprio tornaconto, per il proprio interesse, per il proprio prestigio. E cosa fa un mercenario? Semplice. Quando viene il pericolo e arrivano i lupi per mangiare il gregge scappano, perché non gli importa nulla delle pecore. Solo chi è disposto a dare la vita per il gregge, e cioè per gli altri, questi può essere considerato il pastore del gregge.

Tra il pastore e le pecore c’è infatti un legame intimo, profondo, traboccante d’amore. Gesù “conosce le sue pecore e le sue pecore conoscono lui” in un rapporto fatto di tenerezza, di cura, di attenzione, di dedizione, di protezione che non guarda ai rischi che tutto questo comporta. Nella parabola c’è anche un recinto dove ci sono altre pecore che non hanno chi li guida e – dice il vangelo – hanno bisogno anch’esse di un pastore. Il desiderio del vero pastore non è di impadronirsi delle pecore per tenerle rinchiuse, ma di farle uscire dal recinto per condurle al pascolo dove potranno crescere e vivere liberamente. Che dire? Che questo pastore porta con sé un processo di liberazione!
L’ovile è quello delle ideologie religiose, sociali, politiche, in cui si promette sicurezza togliendo la libertà a tutti. Negli ‘integralismi’ si deve obbedire, osservare, sottostare, impedendo alle persone di uscire da una condizione infantile, di profonda immaturità che dura tutta la vita. Il vero pastore non vuole prendere l’uomo da un ovile per metterlo in un altro, magari più sacro e più bello, ma liberarlo da tutti i recinti. Per quanto tempo una certa teologia ha presentato un cristianesimo come un ‘sistema chiuso’ in cui vivono due anime, quelli che hanno bisogno della protezione rassicurante della fede e quelli che invece vanno in cerca della libertà del vangelo.

Neanche il Concilio Vaticano è riuscito a far cambiare le cose e la voce del Pastore si resa col tempo sempre più incomprensibile. Per quanto tempo ancora avremo di fronte una chiesa gerarchica in cui da una parte c’è chi sta al vertice (il papa, i vescovi, i preti) e dall’altra chi, come il popolo di Dio, si trova in basso, nell’ultimo gradino dove non rimane altro che obbedire col diritto di tacere. Il pastore non si impone mai, si propone sempre. La sua voce non dice solo parole ma emette un suono, quello della vicinanza, del calore, del rispetto, della libertà e questo gli altri lo percepiscono. Affermava Celestino V: “Io non posso trattare i cristiani come oggetti, come pietre, come utensili, e neanche come sudditi… mi pare che anche in questo debba esserci una differenza tra i cristiani e i pagani. Per i cristiani il valore supremo sono le coscienze: esse meritano dunque il massimo rispetto”.
C’è di più. La voce del pastore non proviene dall’esterno perché essa risuona nelle profondità del cuore, nell’intimo dell’uomo, al punto che Gregorio Magno così si esprimeva nei Dialoghi: “Vi sono alcuni che vengono ammaestrati interiormente per magistero diretto dello Spirito Santo, in modo che non hanno bisogno di avere maestro fuori, perché non manca loro la guida del maestro interiore”.

San Gregorio Magno








