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Home Politica

76° anniversario eccidio di Camorena: anche al tempo del virus Orvieto non dimentica

Redazione by Redazione
30 Marzo 2020
in Politica, Secondarie, Archivio notizie
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di Pier Giorgio Oliveti / Anpi Orvieto

Federico Cialfi, Raimondo Gugliotta, Raimondo Lanari, Alberto Poggiani, Dilio Rossi, Amore Rufini, Ulderico Stornelli: questi i nomi indimenticati dei sette trucidati a Camorena da un gruppo di fascisti orvietani. Furono tristemente passati per le armi, uno ad uno, alla sinistra del Paglia a pochi metri dalle loro case dove la maggior parte di loro erano nati e vissuti.
Era il Marzo 1944 e il regime che ci aveva portato in guerra al fianco di Hitler e che infine riuscì a sminuire il sacrificio di centinaia di migliaia di soldati italiani nella 1° Guerra Mondiale, come animale ferito percepiva la sua imminente fine. L’orribile strage di Orvieto si inserisce in un clima di guerra civile e di stragi che per rappresaglia o per odio venivano perpetrate da mesi nei territori della penisola dove ancora sopravviveva lo stato fascista fantoccio della Repubblica di Salò e nei territori italiani – non dimentichiamolo mai – già annessi al terzo Reich.
L’eccidio di Orvieto avvenne solo pochi mesi dopo uno simile che vide vittima un’intera famiglia di braccianti agricoli, i fratelli Cervi,  fucilati a Reggio Emilia,  e a soli cinque giorni dal massacro più grande, quello delle fosse Ardeatine a Roma dove i Nazisti passarono per le armi 335 italiani. Orvieto come sappiamo verrà liberata il 14 Giugno dello stesso anno e l’eccidio di Camorena avvenne dunque come una beffa del destino soli 77 giorni prima.
Era Mercoledì quel tragico 29 Marzo e si celebrava San Secondo Martire. Camorena fu peraltro una strage “diversa”, un vero atto di gratuita violenza di gruppo tra fratelli e coetanei, quasi tutti appartenenti alla stessa comunità, una sfida tra fazioni o famiglie portata fino ad estreme conseguenze.
Nell’Italia del 2020 sotto scacco da parte del Coronavirus,  onorare i Sette Martiri di Camorena, essere più che mai vicini alle famiglie dei caduti che hanno una ferita che per sua natura non potrà mai rimarginare, ricordare oggi la verità storica inoppugnabile e non incrinabile a piacere, significa mettere da parte il virus dell’odio atavico tra Filippeschi e Monaldeschi  e ricercare un nuovo senso di comunità cittadina per i presenti e futuri abitanti di Orvieto.
Come cittadini responsabili e come Anpi lo diciamo forte e chiaro: è proprio in momenti difficili che tocca fare appello a tutte le risorse morali e culturali, personali e collettive che ci consentono di guardare avanti con l’ottimismo della ragione. A causa dei divieti sanitari, con le scuole chiuse e gli enti pubblici e istituzionali sottoposti a prove durissime, con alcune famiglie purtroppo in lutto o che hanno cari in pericolo in ospedale, quest’anno non possiamo certo organizzare la celebrazione di Camorena come da tradizione, con il corteo e la visita ai luoghi del martirio.
Ma possiamo e dobbiamo ricordare e riflettere per non dimenticare, e per andare avanti, come avrebbero voluto Ulderico e i suoi compagni. E’ vero: a quasi ottant’anni dal fatto, i Martiri di Camorena rappresentano una ferita indelebile nel cuore della società orvietana, una ferita che è oggi e sempre sarà in futuro, anno per anno, motivo di memoria e di riflessione profonda sulle fondamenta del nostro sistema sociale che nasce dalla Resistenza e dal riscatto di un popolo offeso ed oppresso. Ciò nonostante abbiamo l’obbligo morale e l’impegno anche verso le vittime che si sono immolate per noi, di provare a costruire un futuro di pace e di prosperità per tutti, di ricordare e di traguardare una società più solidale e coesa, capace di trovare in se stessa le ragioni di giustizia sociale, di responsabilità condivisa, di condivisione, che sole possono arginare il degrado che – lo sappiamo bene tutti – è prima morale e ideale e solo dopo economico e sociale. Oggi più che mai anche nel nostro paese abbiamo bisogno non certo di dimenticare ma di riappacificare gli animi per poter costruire uno sviluppo su basi nuove. La parola chiave è  “democrazia partecipativa”.

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