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Home Cultura

“Cristiani non si nasce, ma si diventa”

Redazione by Redazione
6 Ottobre 2019
in Cultura, Secondarie, Archivio notizie
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di Mirabilia Orvieto

Non c’è dubbio, il Vangelo è per la Chiesa il senso stesso del suo esistere. Il Vangelo è energia ed espansione e i cristiani sono chiamati in ogni tempo a ritrovare in esso la loro sorgente. Facile a dirsi, più difficile a farsi. Ma che significa oggi essere cristiani? Molto spesso si pensa che la fede sia l’adesione a un sistema di verità da cui deve poi scaturire un comportamento.
Il credere è visto insomma come qualcosa di rigido, di statico, che non muta nel tempo. Nel Vangelo Gesù paragona la vita dell’uomo a una pianta da coltivare, in continua evoluzione, che necessita di attenzione, pari a quella che il Padre aveva mostrato nei confronti del suo popolo: “Dio lo trovò in una terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo educò, lo allevò, lo custodì come pupilla del suo occhio” (Deut 32, 10).
Nel testo ebraico vengono usati due verbi: con il primo è indicata la cura costante del Creatore verso Israele; con il secondo la trasmissione all’uomo della vera intelligenza o sapienza (la pupilla del suo occhio) affinché comprenda il disegno divino nella storia. La fede è dunque qualcosa di vitale che cresce e matura gradualmente, sotto lo sguardo e il lavoro dell’agricoltore.

Il cardinale Carlo Maria Martini ebbe così a scrivere riguardo al cammino dei discepoli dietro a Gesù: “Essi sono colti nel loro punto di partenza di pescatori incolti e con un desiderio intenso ma ancora vago di religiosità, con una certa attesa di salvezza; di qui vengono portati, poco a poco, al riconoscimento del Salvatore”. Anche San Bonaventura da Bagnoregio (1221-74) paragonava la vita spirituale ad un cammino a tappe dove si salgono tre gradini: quello della purificazione, per avvicinarsi a Cristo, quello dell’illuminazione per diventare simili a lui, e infine quello dell’unione dell’anima con il suo Sposo.
Lungo la linea di questa tradizione, la fede sembra dunque potersi definire come un cammino progressivo che comporta difficoltà e rischi. Dice Tertulliano “cristiani non si nasce, ma si diventa”.
Questo concetto era ben chiaro nella Chiesa dei primi secoli dove chi aveva aderito al Vangelo doveva percorrere un lungo cammino di formazione, detto “catecumenato”, prima di poter ricevere il battesimo. Ma con l’Editto di Tessalonica, nel 380 d.C., questa prassi scomparve (il cristianesimo diviene religione di Stato e a tutti i sudditi è imposto l’obbligo del battesimo!) e perciò la crescita della fede venne affidata quasi esclusivamente al potere divino dell’eucarestia.

Con l’avvento del Concilio Vaticano II le cose cambiano e inizia per la Chiesa un tempo nuovo, un nuovo modo di intendere e di vivere il cristianesimo chiamato ormai a confrontarsi con la modernità. La Bibbia ritorna finalmente nelle mani della gente e in molti documenti e note pastorali si parla della necessità di una “nuova evangelizzazione”.
C’è bisogno di un risveglio della fede, di una riscoperta del messaggio cristiano troppo spesso identificato solo con riti, dogmi e devozioni.
La Chiesa nasce e si costruisce nel tempo, come una piccola pianta che ha bisogno di acqua e di una buona terra. C’è bisogno di creare “luoghi” e “situazioni” per ascoltare, conoscere e approfondire la fede che è deve trasformarsi in un’esperienza sempre più autentica e coinvolgente, più matura, in grado cioè di incidere in modo profondo e radicale nella realtà delle persone e nella società.
Non c’è alcun dubbio, il Vangelo riuscirà a “mettere radici” se la Chiesa saprà diventare un vero “laboratorio” della fede dove ciascuno potrà attingere ai tesori più preziosi della Tradizione, a partire dalla lettura e dall’approfondimento della parola di Dio. E se il cristianesimo è un cammino d’iniziazione può anche dirsi di “rivoluzione” dal momento che, attraverso di esso, si muore continuamente a un modo di essere e di vivere per rinascere ad un altro, più ampio e superiore. Basta un piccolo segmento di cammino quotidiano per liberare l’uomo da colpe e paure paralizzanti, senza lasciarsi spaventare dalla visione finale dove la paura di fallire o di rimanere delusi potrebbe chiudere alla speranza.

Questo processo di salvezza non ha come fine solo l’individuo, piuttosto l’intera comunità. La società cresce e matura, se cresce e matura il singolo, e viceversa; in questo rapporto collettività/individuo non c’è chi decide per tutti (la tentazione dell’autoritarismo), perché ciascuno dovrà apprendere l’arte e la fatica di dialogare e capire gli altri, cercando di entrare in comunione con gli altri: la Chiesa non fa servi, ma amici, e dove c’è amicizia ci sono anche “uomini adulti, pensanti, coraggiosi“ (Don Luciano Avenati). La fede è quindi molto di più che vivere l’oggi, è riconoscere che nella storia c’è un senso, una visione escatologica, capace di avviare quel processo di rigenerazione che il mondo intero sta aspettando.

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