Mitigazione rischio idraulico, Petrangeli (Valdipaglia): “Non si fa con un muro, si fa attraverso la sistemazione del territorio”

Categoria: Archivio notizie,Secondarie,Territorio

 

di Santina Muzi

Il Paglia

Bello e limpido il Paglia della mia infanzia, e nei periodi di magra consentiva facili guadi per raggiungere la riva opposta. Niente argini, al di là delle scarpate più o meno ripide o delle crete calanti dal versante ficullese. E il Romealla che vi si gettava esso pure era limpido, ricco di pesci e di grossi granchi bianchissimi. Proprio in quell’area ho avuto il primo contatto con il fiume quando, bambina piccolissima, la mamma che mi teneva per mano e reggeva in collo “la piccola” mi ha insegnato a poggiare i piedi sui grossi macigni affioranti a pelo d’acqua. Perché l’acqua c’era, come c’era nel Romealla, nel Carcaione e nel Rio Chiaro.
Impossibile oggi guadare il nostro fiume e, tranne rare eccezioni, è anche difficoltoso accedervi. E questo grazie ai tanti errori dei vari politici, dimentichi del fatto che se nel passato gli abitanti hanno accuratamente evitato di costruire centri abitati, attività artigianali e industriali nella zona di rispetto del Paglia o addirittura dentro l’alveo, ci sarà stato un motivo più che valido. Senza dimenticare il disastro avvenuto a fine agosto-primi settembre 1965 quando tutta la valle dal Romealla al ponte dell’Adunata era diventata un immenso lago. Ma allora i danni avevano riguardato essenzialmente il settore agricolo mentre attualmente sulla stessa area insistono grossi centri abitati, attività artigianali e commerciali che per lo più hanno subito danni e perdite enormi dall’esondazione del Paglia del 12 novembre 2012. Inutile recriminare sul passato, i quartieri moderni oramai ci sono ed è indispensabile provvedere alla loro incolumità.

I lavori per la mitigazione del rischio idraulico

Sui motivi per cui la ‘Val di Paglia bene comune’ ha organizzato la citata ‘passeggiata’ del 10 novembre abbiamo sentito il presidente dell’associazione Enrico Petrangeli che, insieme ai dirigenti di varie Associazioni e Cooperative, ha illustrato il percorso e quanto fatto dal Consorzio di Bonifica.

L’intento era fare un sopralluogo nel tratto urbano del fiume un po’ per vedere come sono stati realizzati i lavori di mitigazione del rischio idraulico, un po’ per vedere le criticità che questi lavori hanno evidenziato e, soprattutto, per vedere le potenzialità di questa parte del territorio che effettivamente costituisce un polmone verde straordinario tra Orvieto Scalo, Ciconia e Sferracavallo.

Durante il percorso ho sentito molte critiche a proposito dei lavori effettuati:

Sì, perché sono state realizzati secondo un criterio riduttivamente ingegneristico avendo in testa l’interpretazione del territorio come un problema idraulico. Invece questo è un territorio che va riconsegnato alla fruizione pubblica, fa parte del tessuto urbanistico dell’area moderna di Orvieto. Bisogna trattarlo perché svolga la sua funzione sociale e la sua funzione urbanistica.

Quali le critiche più dure?

Allo stato attuale l’accesso al fiume anziché essere favorito viene essenzialmente impedito. Da parte nostra invece stiamo continuando a chiedere una maggiore possibilità di penetrazione sugli spazi del fiume perché effettivamente si dia il via all’incremento della mobilità dolce, della mobilità a piedi, in bicicletta,… affinché sia possibile muoversi nella parte moderna di Orvieto senza incrociare le strade e senza far ricorso alle autovetture.

E perché dici che non è possibile accedere al fiume?

Perché le arginature diventano spesso insormontabili, perché non sono state previste delle rampe di accesso per gli utenti, perché queste rampe laddove sono state realizzate sono un po’ incongrue, perché l’imbrecciatura fatta rende difficile il cammino, perché le pendenze sono eccessive… E potremmo continuare un bel po’. Ora è vero che lo stato attuale non rappresenta lo stato definitivo, altre operazioni andranno ad essere fatte, altre opere di riqualificazione si dovranno fare. Se si fosse operato già con l’idea di riqualificare uno spazio urbano avremmo speso meno e soprattutto ne avremmo avuto già la disponibilità.

Si parlava di 8 milioni di euro spesi.

Otto milioni grosso modo era la dotazione prevista per la realizzazione delle opere di mitigazione del rischio.

Mitigazione del rischio: cosa vuol dire?

Tutto e niente. Mitigazione del rischio in questo caso vuol dire contrasto delle acque di piena e decremento della vulnerabilità da parte della popolazione residente. Però la mitigazione del rischio effettivamente la fa non una barriera o un muro, la fa la sistemazione del territorio, che è compito della politica. Per mitigare il rischio effettivamente bisogna ragionare in termini sociali e politici. E poi il fiume di per sé non è pericoloso, solo in certi frangenti e in particolari circostanze può diventarlo: la mitigazione del rischio, dunque non può essere il criterio principedi intervento.

 

Insomma, per la mitigazione del rischio si sono fatti solamente degli argini?

Sì, sì. Questo prevedeva il progetto. C’è un master plan più articolato che riguarda altri interventi che faceva da cornice a questi fatti, interventi che riguardano tutta l’asta del Paglia che però non sono stati realizzati.
Attualmente gli 8 milioni sono stati utilizzati per realizzare solamente le difese passive, vale a dire i terrapieni. Ciò che manca effettivamente è la visione complessiva dell’intervento tarata sulla riqualificazione urbana. È questo che dovremmo riuscire a fare: trasformare questa porzione di territorio da zona inospitale periferica, brutta e degradata a zona capace di attrarre.
Ci sono degli scorci naturalistici a portata di mano, fruibili, davvero interessanti. C’è la possibilità poi di far fare tutta quella attività all’aria aperta per la promozione della salute e la coesione sociale che va sotto il nome di “sport di cittadinanza”. C’è la possibilità effettiva di accedere alla rete escursionistica che potrebbe avere ripercussioni positive sulla permanenza media dei turisti.

 

Altri interventi

Varie le osservazioni evidenziate dalle società e dalle cooperative impegnate nel sociale (una ventina circa) che prima dell’alluvione usufruivano dei tanti spazi verdi del ‘Parco urbano del Paglia’. Tutte hanno qualcosa da mettere in luce: l’Asd Polisportiva ‘La tartaruga’ fa notare la necessità di ripulire lo spazio verde compreso tra il Paglia e la rotonda di via Stornelli per consentire le attività degli iscritti, mister Fazi illustra la situazione dell’area retrostante il campo di rugby, utilizzata come parcheggio, priva del minimo impianto di illuminazione. Ma si comprende che è anche indispensabile la sistemazione di cartelli che vietino ai proprietari di cani di lasciare ai loro animali la libertà di sporcare con le deiezioni le piste del ruzzolone, nonché di far rispettare il divieto in questione… Tra le varie criticità, viene alla luce la questione dei laghetti. Ed è la pescasportiva ‘Lenza orvietana’ che, tramite Valentino Maggi, esprime rammarico e proccupazione:

Il laghetto è in un posto infelice, non andava fatto qui. Però, una volta fatto, noi pescatori l’abbiamo difeso perché è stato utilizzato non solo per fare i corsi estivi di pesca ma anche per i corsi per le scuole: le medie, il liceo… La cosa è stata facilitata perché il polo scolastico si trova nelle immediate vicinanze. Dopo l’alluvione del 2012 sembrava semplice ripulire il laghetto. Invece non è stato possibile ed è stato abbandonato, nonostante la richiesta di molte persone per il ripristino sia del laghetto che del percorso. Noi, per tempo, siamo intervenuti per evidenziare certe criticità, eppure questo è il risultato... conclude indicando il sottopasso.

Il sottopasso in questione dalla Direttissima portava all’area del laghetti. Portava? Veramente il sottopasso c’è ancora. Ma oggi nemmeno si nota miniaturizzato com’è tra i macigni disposti a difesa delle due rampe. Rampe che, peggio di un ascensore, affrontano il notevole dislivello del dosso costruito a difesa di quella parte di Orvieto Scalo.

Quindi qui non ci si può venire più.- prosegue Maggi -Pensate ad un disabile, ad una donna con la carrozzina, una persona di una certa età… Più a monte c’è un lavoro analogo ma la salita è meno impervia, è più dolce. Era molto semplice: cosa ci voleva ad allungare un po’ di più il toppo? Anche a valle del ponte dell’Adunata si è danneggiata una bella zona che attirava pescasportivi anche da fuori. C’erano delle società di pesca sportiva che venivano con i pullman da Roma… A parte il fatto che è stata spostata la foce del Fanello più a monte… Prima dell’alluvione qui c’era un campo di gara.

In questo specchio d’acqua il fiume riprende il suo aspetto suggestivo con le chiome dorate dei pioppi riflesse nell’acqua, il Fanello sfociante contro corrente che sembra risalire il Paglia superando i sassi bianchi immobili come paperelle, i pescatori mimetizzati tra l’oscurità della vegetazione…

Ma la realtà è ben diversa dalle immagini bucoliche: il campo di gara è frutto di un intervento realizzato, non da ora, a difesa delle fondamenta del ponte e la calma superficiale dei laghetti non è affatto rassicurante e non promette niente di buono per i pescasportivi:

 Purtroppo- riferisce Enrico Petrangeli – in periodi di piogge intense una parte delle acque di fognatura di Orvieto Scalo finisce dentro il laghetto. Per fare l’allaccio alla conduttura del depuratore manca un metro e mezzo, manca solo di attraversare la strada.

Qui- aggiunge Maggi – abbiamo fatto una infinità di sopralluoghi. Niente. Come più a valle nel caso del Fosso Fanello sono state fatte scelte che penalizzano il fiume e i cittadini.

Anche quest’area è Orvieto, ne va della nostra immagine, l’immagine di un’Orvieto pulita, organizzata, coerente con la bellezza che la circonda e con il coraggio delle idee. Come dice Valentino Maggi:

È il nostro territorio, non lasciamo che altri ce lo deturpino.

 

 


Devi essere registrato per inserire i commenti Login