Orvieto città turistica, Marchesini: “Riportate la palla al centro”

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di Gianni Marchesini

Dicono che il destino della nostra Urbe Alta sia segnato. Pare che un processo inarrestabile quanto ineluttabile avvii Orvieto alla sua definitiva trasformazione in città esclusivamente turistica.

D’altra parte, ci spiegano, il polmone amministrativo, scolastico, commerciale si è portato quasi del tutto nel suburbio e quindi, dovremo pur farcene una ragione se l’Orvieto civica e pulsante, ormai, è quella adagiata sulla piana alluvionale, mentre la vecchia città del tufo, affidata tuttavia a menti esperte e determinate, verrà trasformata in Orvietoland, un ameno parco dei divertimenti per turisti gaudenti e ciarlieri, felici di scorrazzare in un luogo così alto e così strano dove non passa una macchina, non si ode volare di mosca, dove i piccioni sono stitici e gli abitanti superstiti passano frettolosi e sommessi perché la Caritas, dopo una certa ora, chiude i battenti.

Esageriamo? Sì. Ma non così tanto. Ha contezza chi ci amministra di quale sia il sentimento che serpeggia nel Centro Storico? È giunto a conoscenza della sempre più incalzante, convinta determinazione di storici presidi commerciali di chiudere baracca e burattini? Del fatto che è iniziato un preoccupante processo di scollamento, di fuga dalla Città il cui effetto domino rischia di creare un vuoto sociale ed economico irreversibile? Dovremo davvero restare spettatori impotenti di un processo di massificazione turistica indifferenziata e totalizzante che andrebbe a eliminare ciò che resta di vivo di una comunità dalla storia millenaria? Orvieto ha ancora un Teatro, una Biblioteca (tra le più belle dell’Umbria), una sala cinematografica, delle ottime librerie, un Comune, dei Caffè che sono istituzioni, ha inoltre servizi, uffici assicurativi, botteghe artigiane, botteghe di ceramica, cosa ne vogliamo fare, delle mense per gruppi di turisti storditi con pranzo a 12 euro, caffè e “Amaro di San Francesco” compresi, come accade per esempio ad Assisi?

Che non sia possibile arrestare il progressivo avanzare di un’economia orientata al turismo è una realtà, ma non è certo una realtà da osservare rassegnati. Sin dagli inizi, però, il bambino andava preso per mano, il fenomeno nascente andava governato, accompagnato, integrato con la parte viva e operante della città. La polarizzazione dei servizi nel suburbio, la latitanza di soluzioni per la Caserma, la botta ferale del Tribunale trasferito a Terni lanciavano moniti chiari, urgenti alla classe dirigente perché determinasse l’alveo lungo il quale dovesse scorrere il fiume in modo che non ne venisse travolta mentre navigava a vista nell’attesa che la città, finalmente!, fosse approdata verso la sua connotazione turistica. È compito di un’amministrazione quello di individuare i segni di un cambiamento e di rapprenderli in una visione che dia luogo a un progetto chiaro di città.

È stato messo in atto questo disegno? Ha saputo la nostra classe dirigente tracciare il solco di una città nella quale era in atto un cambiamento epocale? Il cittadino ha percepito che vi fosse una visione di partenza mirata a un obbiettivo per il quale valesse la pena darsi da fare, mobilitare le risorse, impegnarsi in un’opera comune? Perché chi amministra non si è domandato: “Quale città turistica voglio? E quale dovrà essere, quindi, la tipologia dei turisti?”

Dopodiché urgeva aprire il Cantiere. Capire che gli stessi principi di mercato che avevano ispirato la polarizzazione economica nel Suburbio andavano applicati alla Orvieto storica in modo che il Turismo divenisse la fabbrica, il polmone finanziario, il core business della città sul quale investire energie, tecnicità, progettazione. Bisognava lavorare dentro il cantiere, con minuzia, attenzione, puntiglio e non sopra, nei piani alti, dove si ha una visione parziale e frammentata delle cose, dove non si ascolta perché il vocio allarmato della città non arriva.
Bisognava, come avviene in qualsiasi impresa, monitorare ogni comparto, provvedere alla efficienza, al funzionamento delle strutture, dei servizi. Bisognava sopra ogni cosa definire il Brand, la Marca della città di Orvieto. Quale idea di sé Orvieto accende nel mondo? Quale è il suo valore attrattivo verso le tipologie turistiche? Quali migliorie o modifiche si rendono indispensabili perché la città offra un’immagine di sé adeguata alla domanda? Insomma, la Città necessitava di un marketing consono, incisivo, equilibrato che avesse condotto Orvieto a sostituire la storica, ormai in declino economia commerciale – una volta fornitrice di merci alle località suburbane – con l’arrembante, esclusiva economia turistica, agendo in modo che tale operazione non uccidesse la città per poi edificarne il monumento e che i tre fattori: vocazione turistica, città della Rupe, suburbio procedessero di pari passo impastandosi nel processo con rispettivi vantaggi e reciproche prospettive.

Non abbiamo visto nulla di tutto questo. Una politica rarefatta, dirigista e avulsa invece. Molte bancarelle, altrettanti gazebo: compagnie di giro che se visiti Cinque Pioppi sul Mincio le ritrovi. La pretesa che qualsiasi manifestazione potesse chiamarsi tale ed incidere efficacemente sul comparto economico. Il declino ormai delle presenze numeriche nelle grandi manifestazioni, sempre meno esclusive, fitte di artisti con il dono dell’ubiquità che stanno dappertutto. L’impossibilità di immaginare una città semplicemente bella, semplicemente pulita e altrettanto semplicemente accogliente: un foglio bianco sul quale poter scrivere, operare, investire. Impossibile invece immaginare qualsiasi iniziativa nel Centro Storico così invaso com’è dai mendicanti . La merce più esclusiva, il valore aggiunto di Orvieto: l’Atmosfera della città, l’intimo fattore attrattivo per il quale sono salite sulla Rupe generazioni e generazioni, è venuta meno. Portarsi lassù, ahimè, è sempre più difficoltoso, manca un dazio che filtri soltanto i turisti e rispedisca a casa “quelli del Piano”.

Orvieto invece, la sua economia ora più che mai, hanno bisogno del loro Suburbio, che si ritorni al frusciare del suo Centro, che immaginare di farci un salto non sia un peso, un disagio o un impegno spiacevole, che il suo accesso sia reso facile, agibile, attraente.

Ci pensi in tempo chi ci amministra, prima dell’irreparabile riporti la palla al Centro. In fondo, anche l’abitante di Sferracavallo, di Ciconia o del territorio è un turista: sono secoli che per giungere a Orvieto deve mettersi in viaggio. Per scendere da o per salire a Orvieto devi fare un tragitto, breve, ma pure sempre un viaggio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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