Orvieto e La Bolla di Bilancio

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di Massimo Gnagnarini – Assessore al bilancio del Comune di Orvieto

“Una riflessione più approfondita per meglio inquadrare la questione finanziaria del nostro Comune, capire a cosa servono i conti comunali, cosa si nasconde dietro di essi e i riflessi sulle aspettative dei cittadini.”


Chi conosce la storia della bolla dei tulipani scoppiata nell’economia olandese del Seicento può capire quanto, per certi aspetti, anche la storia finanziaria del Comune di Orvieto abbia presentato nel corso degli ultimi vent’anni analoghi tratti e molte similitudini. Tuttavia anche facendo a meno di una approfondita cultura finanziaria si possono rintracciare e comprendere le ragioni per le quali ci si può ritrovare con l’acqua alla gola come ci si è trovata l’Umbria Meridionale nell’ultimo quinquennio con i suoi principali Enti territoriali in stato di grave crisi finanziaria.
Non solo ma comprendere la crisi può offrire, come spesso avviene in ogni crisi, una opportunità per progredire e arrivare a migliori condizioni. Il Comune di Orvieto, nel 2013, aveva fatto da apripista nella triste black list dei comuni in rovina dichiarando il suo predissesto finanziario, una sorta di fallimento pilotato attraverso l’adesione alla cosiddetta “Legge salva comuni” introdotta dal Governo Monti, per poi riuscire in questi anni a risanare i propri conti molto velocemente, addirittura con sei anni di anticipo rispetto ai dieci anni di lacrime e sangue che erano stati programmati , nero su bianco, con il vecchio piano di rientro dal deficit approvato e monitorato semestralmente dalla magistratura contabile. L’opportunità colta da questa amministrazione è stata quella di modificare, ribaltandola per taluni aspetti, una politica di bilancio che, a Orvieto, dopo gli errori del passato remoto era rimasta, nel passato prossimo, incagliata in un mero virtuosismo di tagli indiscriminati alla spesa , mentre il vero risanamento finanziario del Comune è stato possibile allorchè abbiamo intrapreso una coraggiosa rincorsa verso le nuove possibili entrate di bilancio.
Credo che questo possa costituire la ricetta vincente anche per altri Enti, come la Provincia di Terni, il Comune di Terni e di Arrone che si sono aggrappati recentemente alla medesima scialuppa di salvataggio del predissesto , nel tentativo di evitare le acque ancor più tempestose del dissesto finanziario, dove saltano le poltrone dei politici e la navigazione viene affidata a uno skipper prefettizio, ma, sfortunatamente, si scaricano anche sui cittadini le maggiori conseguenze in termini di aumento di tasse locali, di tariffe e tagli ai servizi oltre al congelamento dei crediti reclamati dai fornitori dell’Ente con tutte le conseguenze negative sul tessuto imprenditoriale locale.
In ogni caso un conto sono i sbrigativi giudizi ricadenti sulle classi politiche che si trovano a gestire questi drammatici passaggi amministrativi e talvolta anche giudiziari , mentre un’altro conto sono la consapevolezza e l’indagine da riservare a una diffusa comune origine sistemica di tali default. Il Comune di Orvieto, infatti, è caduto nel buco nero del predissesto dopo cinque anni di governo di centrodestra, ma il grosso della massa passiva risaliva a molti anni prima quando a guidare il comune si erano avvicendate Giunte di sinistra.
Di sicuro un errore comune a entrambi gli schieramenti nel passato è stato quello di pensare che il risanamento finanziario passasse attraverso la ricerca di risorse straordinarie, come quelle rinvenienti dalla vendita di pezzi del patrimonio dell’Ente per ripagare, una tantum, i debiti accumulati, ma questa opzione si è dimostrata, nel caso di Orvieto, del tutto inadeguata perchè non accompagnata da un insieme di scelte squisitamente politiche e cambiamenti strutturali capaci di rimettere in equilibrio le entrate e le spese correnti. In altre parole significa che quello che spendi in un anno lo devi incassare in un anno.
Non è una banalità ! In effetti si trattava di metter mano, come eravamo convinti e lo siamo oggi a maggior ragione avendolo messo in pratica, a decisioni politiche capaci di valorizzare la produttività del Comune che dipende si dal rigore della Spesa ma, soprattutto, noi crediamo, dal rigore delle Entrate. Per intraprendere questa strada occorre coraggio e tenuta politica perchè si impatta inevitabilmente su aree di consenso diffuse che occorre riportare a criteri di economicità e ai principi di utile reciprocità tra gli interessi di parte e quelli pubblici, posto che più frequentemente privilegi e clientelismi improduttivi si annidano non nelle maggiori spese dell’ente locale bensì nella rinuncia da parte di questo di pretendere i giusti corrispettivi nell’erogare taluni servizi. Occorre perfino rinunciare, in qualche caso, a inseguire ossessivamente la captazione di fondi pubblici per realizzare indiscriminatamente altre opere pubbliche che, per quanto utili, raramente sono a costo zero non foss’altro per gli oneri di gestione che graveranno in futuro sui bilanci dell’Ente.
Quello della sostenibilità , infatti, è stato per lo più un concetto volutamente trascurato dalla politica che più solitamente è abituata a passare all’incasso mediatico e alla spettacolarizzazione degli interventi e a scaricare sul futuro i guai che ne possono derivare dal punto di vista gestionale. Tornando al caso di Orvieto, alla fine del 2013, con la dichiarazione dello stato di predissesto dell’Ente, l’ Amministrazione di centrodestra prese atto del fallimento dei suoi tentativi di rimettere in ordine strutturale i conti del Comune e , inoltre, di non aver potuto ridurre di un solo euro il deficit ereditato cinque anni prima nonostante le cospicue e dolorose vendite della farmacia comunale e di altri immobili, ma di più si era ritrovata con un bilancio dove le spese incomprimibili, ovvero la spesa per il personale, gli oneri fissi per le convenzioni in corso e i contratti pluriennali sui servizi, gli accantonamenti per il rientro programmato dal deficit oltre quelli per i vari fondi rischi sugli swap sulle cause giudiziarie e per l’ ammortamento delle anticipazioni di cassa straordinarie ricevute, assorbivano abbondantemente da sole il valore reale delle intere previsioni in entrata.
In altre parole il bilancio del Comune di Orvieto alla fine del 2013 era totalmente ingessato senza alcuna possibilità di allargare la spesa verso settori strategici come le manutenzioni della città e gli interventi necessari alla promozione dello sviluppo economico cittadino. Pertanto per liberare il bilancio dalle catene dell’immobilismo , esaurita per incapienza totale la fase dei tagli recessivi alla spesa, occorreva che la subentrante nuova amministrazione di centrosinistra avesse il coraggio e la forza di inaugurare una nuova politica di bilancio sul versante del consolidamento e della ricerca di nuove entrate. Avevamo ben chiaro il da farsi.
La nostra passione, la politica che ci piace, la nostra visione non stava e non si conclude nella mera sfida della quadratura dei conti dai quali non siamo affatto ossessionati anche se, sia chiaro, in questi ultimi anni il controllo della spesa è stato ferreo e rigoroso tanto da poter affermare senza ombra di dubbio alcuno che neanche un centesimo di euro è stato speso senza la sua puntuale copertura.
Le cifre e i vincoli su cui abbiamo costruito i nostri bilanci li abbiamo avuti sempre ben presenti e rigorosamente osservati avendo dovuto , peraltro, correggere e integrare non poco là dove, chi ci aveva preceduto, si era quantomeno distratto e agito con una buona dose di pressappochismo come accaduto nei casi della posticipazione dei pagamenti relativi alle spettanze dovute all’associazione TeMA o a quelle relative ad alcune quote associative pregresse a favore di varie Partecipate.
Quello che veramente ci appassiona era il procedere abbandonando l’approccio recessivo che da troppo tempo caratterizza le politiche nazionali e quelle locali improntate a vaghi concetti di austerity e che, a Orvieto, era diventato l’alibi perfetto per la rassegnazione e l’immobilismo di chi pensava di governare a lungo galleggiando sugli errori precedenti senza assumersi alcun altro rischio riformatore. Nel caso della nostra città i settori dove principalmente si poteva agire nell’implementare tale nuova politica di bilancio , senza gravare ulteriormente sulle tasche dei cittadini residenti, erano e sono quelli legati ai flussi turistici ovvero l’ imposta di soggiorno, le tariffe differenziate dei parcheggi e la gestione dei beni culturali.


La tabella mostra i risultati di incremento delle Entrate ottenuti nel triennio 2014-2016 attraverso la differenziazione delle tariffe dei parcheggi per i non residenti e bus turistici, l’applicazione della tassa di soggiorno e un più stringente controllo e ottimizzazione della gestione dei beni culturali. Queste politiche e i risultati ottenuti non solo hanno permesso di picconare il deficit ereditato e di anticipare di sei anni l’uscita dallo stato di predissesto dell’Ente senza ricorrere ad alcuna alienazione e impoverimento del patrimonio , come mostrato dalla successiva slide, ma con un incremento stabile annuo di maggiori risorse correnti per oltre 1 milione di euro si è colmata quella differenza strutturale tra le entrate e le uscite che era suscettibile di produrre nuovi disavanzi e quindi altri deficit da ripianare in futuro.

 


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