OPINIONI INCROCIATE DEL LUNEDI 4 Settembre 2017 [412]

 

 

Oggi le Opinioni Incrociate del lunedì compiono otto anni. Otto anni in cui due firme importanti di orvieosi.it Pier Luigi Leoni e Franco Raimondo Barbabella hanno impreziosito il nostro giornale con i loro “punti di vista” su temi di attualità, politica e orvietanità. A loro posso dire solo Grazie per non aver mai mancato un lunedì, per essere sempre puntuali, precisi, onesti e intellettualmente variegati e “abbondanti”.Grazie !!

 

Da più di un secolo non s’insegna più la retorica e gli effetti si vedono soprattutto nei discorsi scadenti dei politici

di Pier Luigi Leoni

 

Orvieto, per la sua storia e il suo prestigio, meriterebbe amministratori comunali più bravi nel parlare in pubblico. Stendiamo un velo pietoso sulle capacità oratorie dei consiglieri comunali di Orvieto, ma senza scandalizzarci troppo, perché spesso i discorsi dei politici nazionali che ascoltiamo in televisione sono penosamente scadenti nello stile, banali nel contenuto e a volte scorretti nella lingua.

Il fatto è che non c’è più nessuno che insegni la retorica, cioè l’arte del parlare per persuadere con le parole. È un’arte che è stata per secoli alla base della formazione delle persone colte. Il fatto che possa essere usata anche per fare del male non ne avrebbe dovuto giustificarne la condanna e l’abbandono. Anche le scienze e le tecniche possono essere usate per danneggiare e perfino distruggere l’umanità. Forse il suo abbandono è dovuto al fatto che è una disciplina molto difficile perché sfrutta le ambiguità della lingua e richiede, per essere adoperata in modo onesto, un severo codice morale. In ogni modo è evidente nel linguaggio dei politici contemporanei una mancanza assoluta di studio della retorica e di applicazione delle sue regole fondamentali: Chiarezza, Correttezza e Concisione. Le tre “C” che denotano un profondo rispetto per gli interlocutori.

Oggi non sono i titoli di studio che mancano ai politici, ma il fatto che quei titoli non includono la capacità di parlare in pubblico e che i politici non hanno abbastanza umiltà per supplire a tale carenza con la lettura di un vecchio trattatello di retorica, con il ripasso della grammatica (soprattutto per abituarsi all’uso del congiuntivo e del gerundio, nonché dell’aggettivo e pronome dimostrativo “codesto”, ormai usato solo dai burocrati e dai toscani) e con qualche lezione di postura, controllo del diaframma e modulazione della voce.

Quanto all’ironia, essa è un condimento prezioso del discorso, purché non degeneri in sarcasmo, ma rimanga nell’ambito della capacità di rilevare, con indulgenza e simpatia umana, gli aspetti ridicoli delle cose, senza rinunciare alla solidità dei propri principi. Ma l’ironia, come il senso musicale, o la si possiede per natura o è meglio rinunciarvi. Un politico che non ne è dotato e fa dello spirito è come un cantante che stona.

 

L’opinione di Barbabella

 

Pier Luigi torna opportunamente su un tema che anch’io ho trattato più di una volta anche in questa nostra rubrica. In effetti è un tema di grande rilievo, un filo rosso che lega e accompagna le diverse fasi della cultura occidentale dall’epoca classica ad oggi. È il tema del discorso che persuade, di cui tra i primi si erano occupati i sofisti non a caso in epoca e in città di democrazia, cioè nel contesto di un regime in cui il popolo ha un ruolo primario.

Ma di retorica ci si è occupati poi anche nel Medioevo, quando certo di democrazia non si poteva parlare, ed essa venne però a far parte delle arti del trivio, insieme a grammatica e dialettica, come a dire un pezzo fondamentale del programma scolastico superiore di allora. E poi, andando verso i nostri tempi, la questione del ben parlare si è posta ogni volta che ci si è chiesti come convincere qualcuno, individuo o gruppo, della bontà di un’idea, di una proposta o di un contenuto di pensiero.

Ecco però il punto: già Socrate sapeva che non basta saper dire per dire bene, perché la virtù può fare il paio con la felicità ma senza la conoscenza del bene non ci può essere né l’una né l’altra e il discorso diventa ingannevole. Non è perciò un caso che poi i latini, da Cicerone a Seneca e a Quintiliano insisteranno sul concetto che l’oratore è tale se è, oltre a dicendi peritus, anche, anzi in primo luogo, vir bonus.

Dunque è giusto e necessario richiamare l’attenzione sul fatto che chi vuol persuadere gli altri deve essere capace di un linguaggio corretto e chiaro, essenziale e semplice, ma nel contempo io credo che vada anche detto chiaramente che deve trattarsi di un linguaggio veritiero, ciò che non è questione di tecnica ma di etica personale e pubblica. Ancora una volta ci potrebbero soccorrere gli antichi, a partire da Aristotele, ma io non disdegnerei nemmeno un assaggio del nostri Carlo Michelstaedter e Umberto Eco, a dimostrazione anche della complessità delle questioni che alla retorica sono legate.

Per quanto mi riguarda io continuo a credere che la correttezza formale sia indice di un rispetto sostanziale dell’altro con cui voglio intessere il dialogo e che nel caso voglio persuadere senza inganno, cioè senza violenza. La retorica dunque in questa prospettiva dovrebbe far parte integrande di un vero e proprio addestramento all’uso critico del pensiero. Ed è esattamente ciò di cui non ci si preoccupa molto oggi. Forse perché ancora una volta l’ignoranza del popolo è la garanzia dell’impero?

 

 

Qualcosa in giro per l’Europa ci fa sperare in un cambiamento di clima politico e culturale

di Franco Raimondo Barbabella

 

Quando parliamo di cose più grandi di noi possiamo esprimere giudizi più o meno fondati su quello che ci sembra lo stato di fatto, ma certo non possiamo fare previsioni sulla sua evoluzione, i suoi esiti e le sue conseguenze. La speranza di un cambiamento migliorativo però non ci può essere mai preclusa soprattutto se cogliamo elementi di realtà che ai nostri occhi la rendono giustificata. Mi pare dunque, ecco il punto, che in giro per l’Europa e anche in Italia si incominci a respirare un’aria un po’ diversa dal recente passato, meno favorevole a innovatori compulsivi, a sovranisti e populisti di diversa specie, e per converso più favorevole a innovatori meditativi, gente capace di sguardo lungo e in grado di governare con l’idea che il mondo non finirà domattina.

Si tratta certo di segnali, ma con riferimento a fatti che si possono osservare e a persone che adottano comportamenti e decisioni comprensibili. Mi riferisco alla gestione del problema dei migranti da parte del ministro Minniti e del presidente Gentiloni, al modo di fare politica e di governare della cancelliera Angela Merkel, al processo che sta accompagnando la Brexit, e ad altri aspetti e persone di minor significato ma comunque esistenti.

Bastino dunque gli accenni seguenti. Senza dimenticare però un elemento che è più impalpabile ma che esiste anch’esso e che ha connotato mentalità e comportamenti un po’ dappertutto, anche dalle nostre parti. Sembra un secolo ed era invece l’altro ieri. Vi ricordate le prediche sulla necessità del cambiamento? Cambiamento senza specificazione, cambiamento fru fru, ovvio. Bastava dire giovani o donne ed eravamo a posto. Bastava rottamare ed era cambiamento assicurato. Bastava dire abbiamo fatto questo e quello e la realtà miracolosamente migliorava. Era spettacolo, perché la realtà si cambia e si migliora solo con provvedimenti meditati, scelte coraggiose che poi vanno gestite e tradotte in processi che durano nel tempo e in comportamenti normali di persone normali. Cose che classi dirigenti improvvisate nemmeno pensano, e tanto meno fanno.

Veniamo dunque ai fatti e alle persone, cominciando dall’immigrazione e dal ministro Minniti. È bastato che ci si mettesse al lavoro con un’idea di che cosa fare e dei risultati da raggiungere e tutto è cambiato: mentre in primavera si temeva un flusso incontrollabile, già in luglio tutto è cambiato e nel giro di poco tempo si è avuta una diminuzione di oltre il 70% degli sbarchi e il crollo dei morti in mare. Miracolo? No, politica: priorità alla lotta contro i trafficanti di esseri umani, fine dei trasbordi facili dagli scafisti alle Ong, attivazione della guardia costiera libica, accordo con i capitribù e controllo delle frontiere del sud della Libia, attivazione dell’ONU sui centri di accoglienza. Politica che ha rotto gli indugi rispetto a consolidati interessi e a schematismi ideologici paralizzanti, ma anche sostegno di personaggi influenti alle scelte governative: quello del neopresidente dei vescovi italiani Gualtiero Bassetti e quello del fondatore di “Medici senza frontiere” (Msf) Bernard Kouchner. Bassetti, che nel “discorso di San Lorenzo” ha richiamato la comunità cristiana al dovere di una guerra senza quartiere contro “la piaga aberrante della tratta di esseri umani” e del “più netto rifiuto a ogni forma di schiavitù moderna”. Kouchner, che ha definito “inesorabile” la lotta ai trafficanti, elogiando Italia e Germania e affermando sbagliata la decisione di Msf di tirarsi fuori dalle operazioni di soccorso. Problema risolto? No, ovvio, restano aperti mille problemi, ma che si possa governare anche un fenomeno complesso come i flussi dei migranti è almeno dimostrato, peraltro dimostrando così che si possono far diminuire i morti. Anche questa è umanità. Ed è, come ha detto Carlo Nordio, la dimostrazione che lo stato di diritto (chi se ne ricorda?) può esistere, e non mi parare poco.

Ora più brevemente il modo di intendere la politica della cancelliera Angela Merkel, la cattivissima tedesca. La Merkel, accusata di essere il diavolo che domina e sfrutta l’Europa, che con il rigore del suo ministro all’economia impone agli altri solo sacrifici a suo vantaggio, sta dimostrando non solo di essere capace di sostenere le ragioni dell’Europa sia nei confronti di Trump e di Putin che degli inglesi brexisti, ma anche di poter indicare un modo di governare efficace. Conduce una campagna elettorale che rifiuta ogni asprezza polemica, non accusa e non offende, affida il successo alla dimostrazione che alle parole possono seguire i fatti, si affida alla capacità e alla competenza e non all’emotività demagogica. Vincerà? Non sappiamo. Propone un modello di governante esportabile? Forse no, ma comunque dimostra che un’alternativa alla demagogia, al populismo e al sovranismo è possibile.

E da ultimo appunto la Brexit. Dove sono finiti tutti gli entusiasti sovranisti che all’indomani del pur risicato risultato favorevole all’uscita della Gran Bretagna dall’Europa strillavano che bisognava seguire l’esempio lungimirante dei britannici, abolire la schiavitù dell’euro e con ciò mettere all’angolo la matrigna Europa? In Gran Bretagna dati incontrovertibili incominciano a preoccupare molto: il valore delle azioni della Borsa di Londra che diminuisce del 17%, il pound che perde il 12% del suo valore, più del 25% delle grandi società finanziarie che intende trasferirsi in tutto o in parte all’estero. E allora tutto è in subbuglio: Theresa May in evidente ambasce, il partito che aveva promosso la Brexit letteralmente scomparso, gli entusiasmi calati a livello zero, la richiesta all’Europa di una soft Brexit che incontra un no secco, il Labour che, guidato dal no global Jeremy Corbyn, ora si orienta a difendere la globalizzazione. Ecco dunque, tutto a posto? No, certo, ma la politica sovranista che ottiene successo accarezzando le viscere di un popolo sbalestrato per problemi concreti e disinformazioni volute non funziona. Ed è anche questo un segnale importante.

Ecco dunque che in questo mondo in cui notizie più o meno fresche ci rendono continuamente edotti di pazzie e drammi o consumati o prossimi ad esserlo ci sono anche aspetti che ci invogliano a sperare. Ne ho citati tre, ma ce ne sono altri. Sufficienti a trasformare la speranza in certezze di cambiamenti positivi generali? No, penso di no, anche perché sono valutazioni soggettive. Magari mi auguro di non andare troppo lontano da processi reali in cammino.

 

 

L’opinione di Leoni

 

Di fronte ai grandi problemi socio-politico-economici di livello planetario e continentale ci si sente tanto piccoli che si è tentati di equipararli agli eventi atmosferici, determinati da così tante cause che è difficile prevederli e quasi impossibile dirigerli. Così si seguono le cronache e i commenti degli esperti di politica come si seguono i bollettini meteorologici: con la speranza che annuncino qualcosa di buono. Non si tiene conto del fatto che la volontà umana non è un fenomeno planetario o continentale, ma è fatta di tante singole volontà e personali decisioni. Certo, il contesto oggettivo è fondamentale, ma sono singole persone che lo sanno leggere con lucidità e sanno approfittare delle proprie posizioni di potere e di responsabilità.
Marco Minniti ha capito, come avevamo capito un po’ tutti, che due più due fa quattro e che si trattava solo di tirare la somma affrontando coraggiosamente i rischi. Un rischio era quello di inimicarsi il mondo delle organizzazioni non governative dove, come in tutti i mondi, c’è la schietta generosità umana, ma anche il narcisismo e il fanatismo.
Un altro rischio era quello di mettere le mani (e i soldi pubblici italiani) nella melma libica dove non è possibile distinguere nettamente tra politici disonesti, tribù dedite alla violenza e alla rapina, bande di trafficanti di ogni cosa e militari opportunisti e avidi. Un altro rischio era di essere accusato di avventurismo e autoritarismo fascistoide. Un altro rischio ancora era quello di essere accusato di spregiudicata ambizione. Marco Minniti ha fatto una scelta coraggiosa e ai colleghi del governo non è parso vero di aver trovato uno che se la sentisse di fare ciò per cui ad essi mancava il coraggio.

 

 

 


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