OPINIONI INCROCIATE DEL LUNEDI 11 Settembre 2017 [413]

Categoria: Archivio notizie,LETTERE PROVINCIALI

 

 

L’irragionevole disprezzo della scienza e della sapienza, un male antico che si rinnova

di Franco Raimondo Barbabella

La morte del cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna, ha costituito occasione per il Foglio, a cui il cardinale stava particolarmente simpatico per le posizioni assunte in contrasto con papa Francesco in occasione del Sinodo sulla famiglia, di pubblicare alcuni suoi discorsi tra cui quello del Natale 2014 in cui tra l’altro diceva: “Molti vogliono farci pensare che la luce della fede in realtà fosse il frutto del sonno della ragione. Ma ora che questa – molti pensano – è stata risvegliata dalla scienza, la luce della fede è diventata inutile o comunque una mera convinzione soggettiva. E si è visto a quale mondo il celebrato ‘trionfo della ragione’ ci ha portato: ad un mondo dal quale la speranza è esiliata, e l’uomo sottoposto ad ogni sorta di manipolazioni”.

Francamente mi chiedo a chi e a che cosa sia utile non solo sostenere ma riproporre posizioni come queste. Le quali da una parte dimostrano (e mi dispiace dirlo con riferimento ad un prelato che indubbiamente era un bravo pastore e un vero conoscitore dei testi sacri) che di che cosa sia la scienza oggi si ha come minimo un’idea superficiale e approssimativa, e dall’altra fanno venir voglia di dire che in fin dei conti è più che mai vivo e vegeto l’intento di rimuovere la coscienza degli ostacoli che sono stati frapposti al suo sviluppo storico, segnatamente in Europa, proprio dalla Chiesa e dagli ambienti conservatori da essa continuamente sostenuti, tranne rare eccezioni.

Considero un gravissimo errore contrapporre così ragione e fede, sia pure con l’intento legittimo di difendere le ragioni della fede, per perseguire il quale ci sono altri modi molto più fondati e anche, se si vuole, più accattivanti. Ma soprattutto considero una vera e propria mancanza di attendibilità di pensiero che si consideri come avvenuta la vittoria della ragione (appunto ad opera della scienza) e insieme come acquisito che l’uomo per questo è “sottoposto ad ogni sorta di manipolazioni”.

Non solo la ragione non ha vinto, perché l’irrazionalità trabocca da ogni interstizio del mondo (e gli attacchi alla scienza sono lo sport preferito dei piani alti della società, mentre in quelli bassi è una corsa sintomatica all’ignoranza), ma le manipolazioni semmai sono proprio il frutto di violenza e ignoranza strettamente congiunte in interessi ben definiti in cui l’irrazionale la fa da padrone (quante pulsioni sapientemente coltivate dovremmo citare per essere vicini ad un quadro completo?).

Non sarebbe molto meglio, se non altro molto più utile, abbandonare simili superficiali posizioni per approdare ad altro e finalmente ragionare su fenomeni in cui ragione e fede potrebbero convergere per il bene di ogni essere umano e intanto per gli esseri umani che vivono qui, dalla nostre parti, dove operava il cardinale Caffarra, dove opera il Foglio, e dove operano i nostri cattolici che amano chiamarsi conservatori?

Propongo un terreno di confronto non certo nuovo ma certo interessante. È una domanda: perché, nonostante il progredire della scienza e delle sue applicazioni tecnologiche a favore della vita dell’uomo da almeno due secoli a questa parte, e nonostante lo sviluppo dell’istruzione fino alla scuola pubblica di massa, invece di diminuire cresce e si rafforza, segnatamente proprio negli ultimi anni quando l’accesso alla conoscenza è divenuto più facile, il culto dell’ignoranza, i cui segnali più evidenti sono, guarda caso, l’ostilità per la scienza e in generale per chi sa e ha competenze da fa valere?

Basta guardarsi intorno e decidere che cosa piace di più. Fra i tanti episodi che dimostrano l’ostilità per la scienza di settori politici e sociali di peso, che influenzano anche una vasta opinione pubblica, quali vogliamo scegliere? Il caso di Ilaria Capua? Il caso dei vaccini? C’è solo l’imbarazzo della scelta, mi pare. E quale accadimento possiamo prendere come metafora dello sport ormai più popolare dopo il calcio, ossia la convinzione che ognuno di noi la sa più lunga di ogni altro su tutto e però senz’altro di più di chi è davvero esperto perché ha le competenze per studiare e capire quel determinato fenomeno?

Qui la scelta è talmente ampia che ci si può perdere. Per cui basterà fermarsi all’ultimo degli accadimenti di cui si ha memoria fresca. È il caso della bambina morta per malaria, un caso tipico di complessità da studiare con pazienza, attenzione e perizia, giacché mette in gioco tanti di quegli aspetti che solo alla fine si potrà capire qualcosa di attendibile. Un caso tipico di quando prima di parlare occorrerebbe pensare. E invece proprio in un caso come questo si è scatenato più di sempre il presunto sapere di ognuno finalizzato a piegare la realtà alle proprie pregiudiziali convinzioni, ai propri interessi e ai propri disegni. La verità? Roba secondaria. Aspettare l’esito delle indagini? Che importa, già lo sappiamo come stanno le cose. Gli esperti? Esperti di che, sai quanto ne so più io!. Inutile continuare.

Ecco, invece di combattere l’uso della ragione, non sarebbe più utile per tutti combattere i pregiudizi e le tante manifestazioni dell’irrazionale, e cercare di capire come contrastare questo odio per la scienza e questo disprezzo per chi sa, per chi ha studiato, insomma per chi ha competenze senza le quali non si può non sapere che la società nemmeno potrebbe esistere? E che senso ha parlare di scuola, di formazione e di educazione dei giovani, se poi in concreto la società è farcita di questa deleteria cultura che sprigiona sfiducia e irragionevolezza da tutti i pori?

Ci siamo del tutto dimenticati che il sapere è libertà, che senza il sapere non ci sono cose belle e grandi che ci possono rendere orgogliosi di essere passati per questa terra, e che però il sapere è di per sé frutto di ragione?

 

L’opinione di Leoni

Lapidaria è Simone Weil, che molti considerano la più grande mistica del Novecento: «Gli scienziati credono alla scienza come la maggior parte dei cattolici alla Chiesa, vale a dire credono alla verità cristallizzata in opinione collettiva infallibile. Si adattano a credervi così malgrado il perpetuo mutamento delle teorie. In ambedue i casi per mancanza di fede in Dio».
Vale a dire che scienza e religione sono in concorrenza nel tentare di dare un pezzo di pane all’umanità affamata di certezze. Ma gli spiriti più elevati (e, secondo me, un po’ tutti in certi momenti della vita) avvertono che si coglie la luce della verità dentro noi stessi, quando ci liberiamo del desiderio di possedere, di sapere, di aggiustare una umanità della quale non ci importa niente, se non come riflesso dei nostri egoismi.
Perciò sono d’accordo con Franco sulla inconsistenza della posizione del cardinale. Ma il fatto che la ragione non ha vinto e che la religione è in declino lo interpreto come la impossibilità della ragione (quando pretende di spiegare il mondo con le misurazioni scientifiche) e della religione (quando pretende di indottrinare con presunte verità ipotizzate da esseri umani) di trovare il bandolo, cioè il senso del mondo. Il conflitto credo che dobbiamo risolverlo dentro di noi. E dobbiamo fare presto, perché il tempo passa.

 

 

La feroce censura del politicamente corretto

di Pier Luigi Leoni

Internet ci mette a disposizione un oceano d’informazioni. Ma non illudiamoci. La superstizione della nostra epoca, quella del politicamente corretto, rappresenta la più feroce censura che sia mai stata inventata. Il figlio di un mio amico, laureando in scienze politiche, voleva farsi assegnare una tesi sulla riforma della pubblica amministrazione. Ho dovuto dissuaderlo perché uno dei caratteri essenziali della pubblica amministrazione italiana è la sua massiccia meridionalizzazione, coi suoi aspetti positivi, se visti dal Mezzogiorno, e negativi, se visti dal Centro-Nord. Di questo carattere non si può non tener conto se si vuole ipotizzare una seria riforma. Ebbene, non esiste una banca dati dalla quale si possa ricavare quanti e quali burocrati, in tutta Italia, siano nati nel Mezzogiorno. Il giovanotto ha ripiegato su una tesi sull’evoluzione della presenza delle donne nella burocrazia pubblica.

In materia di diritto penale, per esempio, non esistono rilevamenti sulla propensione a delinquere a seconda del luogo di nascita. Non sappiamo quanto siano mediamente delinquenti i nati a Canicattì e quelli nati a Mondovì. Quanto alle etnie provenienti dall’estero, possiamo immaginare, stando alle cronache, che i Filippini, i Capoverdiani e i Cinesi siano mediamente meno delinquenti degli Italiani, mentre più propensi al crimine ci sembrano i Magrebini, i Centroafricani, i Romeni, gli Albanesi e i Sudamericani, esclusi gli Argentini. Ma dati certi per ogni etnia non esistono, perché la censura del politicamente corretto non ne consente, non solo la pubblicazione, ma nemmeno la raccolta. Figuriamoci poi se qualcuno osa indagare sull’indice di criminalità a seconda delle tendenze sessuali.

Unica eccezione è il dato sulla scarsa propensione a delinquere delle donne, intese nell’aspetto anatomico alla nascita, che pare non disturbi il politicamente corretto. Perciò, nel rumoreggiare dei dibattiti e nel rutilare delle opinioni, teniamo presente che siamo tutti vittime, comunque la pensiamo, di una informazione drogata. Questa presa di coscienza ci dà diritto alla tessera del partito degli Apòti (quelli che non la bevono) fondato da quel genio che fu Giuseppe Prezzolini.

 

L’opinione di Barbabella

Sinceramente, i motivi per cui Pier dice di aver dovuto dissuadere il figlio del suo amico dallo scegliere la tesi di laurea in scienze politiche su cui lui era orientato non mi convincono. Non vedo infatti come possa essere difficile o impossibile affrontare il tema della riforma della pubblica amministrazione se non si sa quanti burocrati sono nati al sud. Né, in aggiunta, ritengo un limite dirimente del sistema informativo per orientarsi in tema di criminalità il non saper fornire dati su quali etnie statisticamente (spero non cromosomicamente) potrebbero risultare più propense a delinquere.

Ma poi che cosa vuol dire etnia? Visto che questo termine è la versione edulcorata di razza, il senso in cui si usa andrebbe precisato, perché ormai notoriamente le razze non esistono. Qui a me sembra opportuno rilevare solo che nell’epoca della globalizzazione, delle migrazioni, che non sono certo cominciate oggi, e delle società multietniche, difficilmente troveremo gruppi omogenei per storia, lingua, costumi, tradizioni, tali da poter essere precisamente identificati con un nome di popolo.

Ci sono dunque altri parametri per valutare e l’una e l’altra questione che non le etnie e la loro origine geografica. Non che non sia interessante cercare di capire specifiche caratteristiche generali della struttura sociale, della storia, della cultura prevalente o caratterizzante dei luoghi da cui le persone provengono, ma resta il fatto che sono poi i singoli individui che si caratterizzano con le loro idee e si definiscono con i loro effettivi modi di essere e i comportamenti che concretamente essi adottano. So che tutto questo Pier lo sa perfettamente, per cui non capisco bene la questione che lui solleva e il suo approccio non mi convince.

Tralascio di andare oltre sulla possibilità di una graduatoria della propensione a delinquere delle diverse etnie e mi soffermo un attimo sulla burocrazia. Ci sono fior di studi che indicano perché e per come non funziona la pubblica amministrazione e certo non è questione di provenienza dal sud. Sappiamo ad esempio perché la gente del sud storicamente si è orientata agli impieghi statali, e però sappiamo anche che i burocrati italiani non vengono selezionali dall’ENA come in Francia. Credo sia chiaro che cosa questo significhi. Sappiamo anche che in Italia l’etica della responsabilità tipica dei paesi protestanti non ha attecchito se non in frange abbastanza marginali. Sappiamo inoltre, ma non infine, che tra burocrazia e politica la distinzione, peraltro formalmente venuta tardi, nella realtà è piuttosto fasulla. Io sono per un approccio decisamente diverso a questi problemi.

Che poi l’informazione sia non solo drogata dal politicamente corretto, ma spesso disinformante per sua scelta di convenienza, è cosa nota che ci intristisce. Perciò, se ancora c’è posto, potrei iscrivermi anch’io senza difficoltà al partito degli Apòti.

 


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