OPINIONI INCROCIATE DEL LUNEDI 7 Agosto 2017 n. 51

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Il grande illusionista Jean-Jacques Rousseau ha colpito ancora

di Pier Luigi Leoni

 

«Rousseau è la piattaforma del MoVimento 5 Stelle dove puoi esprimere le tue idee e sostenere le sfide in cui credi, proponendo disegni di legge, votando le leggi proposte dagli altri utenti che ritieni più utili e urgenti e portando tematiche di interesse collettivo all’attenzione dei nostri Portavoce. Il cambiamento è anche nelle tue mani, a partire da qui». Così il sito https://rousseau.movimento5stelle.it/ presenta lo strumento di partecipazione democratica messo a disposizione degli attivisti del M5S. Insomma nel portale Rousseau gli attivisti votano, manifestano opinioni, chiedono spiegazioni e fanno proposte. La gestione del portale e dei fondi che raccoglie spetta all’Associazione Rousseau presieduta da Davide Casaleggio

Il M5S è padrone di organizzarsi come vuole, ma se qualcuno pensa che il richiamo a Rousseau (la cui utopia dell’essere umano buono per natura e deviato dalla società cattiva è stata presa per buona sia dalle democrazie imperniate sulla sovranità popolare, sia da feroci dittature marxiste) e l’invito agli attivisti politici a spremersi il cervello annuncino la fine della democrazia parlamentare, è bene che se lo levi dalla testa. Il parlamentarismo è vecchio quanto il mondo e, inteso nel senso della elaborazione collegiale delle idee, è più vecchio della democrazia ed è presente anche nei regimi autoritari.
Le riunioni degli anziani e dei guerrieri nelle più antiche culture, il senato romano, i consigli della corona che hanno sempre affiancato i monarchi, il gran consiglio del fascismo, l’assemblea popolare cinese e i parlamenti delle democrazie moderne hanno qualcosa in comune: la discussione collegiale, ritualizzata secondo le più varie, ma sempre minuziose, regole procedurali rende possibile quel processo di reciproca influenza psicologica che aiuta i singoli a completare le proprie lacune e può portare a decisioni più ponderate di quelle che può prendere una persona sola. A uno strumento così prezioso non rinunciano nemmeno le autorità più dispotiche.

Quindi, se qualcuno nel M5S dovesse illudersi che la piattaforma Rousseau possa supportare i parlamentari e i consiglieri eletti sotto il simbolo del movimento fino al punto da condizionare le loro personali opinioni e toglier loro il gusto della discussione nelle assemblee e dei conseguenti arricchimenti e compromessi, rifletta su come funzionano gli esseri umani.

 

L’opinione di Barbabella

 

Osservo di passaggio che Rousseau merita come minimo lo stesso trattamento di Nietzsche, che non è responsabile dell’uso idiota del superomismo da parte di nazismo e fascismo, e di Gesù, che non è responsabile né dell’uso strumentale né dell’uso distorto o perfino criminale del suo insegnamento. E Rousseau appunto non può essere ritenuto responsabile dell’uso che ne fanno, del nome e del pensiero, la Casaleggio Associati e i 5 Stelle.

Che Davide Casaleggio abbia scelto di dare alla piattaforma informatica elaborata per il Movimento 5 Stelle il nome del filosofo francese è frutto non certo della conoscenza del suo pensiero e della volontà di riproporne la sostanza in modo criticamente aggiornato, ma solo della furbesca capacità, peraltro diffusa un po’ dappertutto, di usare le vulgate senza troppa preoccupazione della corrispondenza con la realtà. In questo caso la vulgata dice che Rousseau era per la democrazia diretta contro la democrazia rappresentativa e allora quale nome migliore per un’operazione la cui sostanza appunto è la volontà di negare la democrazia rappresentativa?

Chiunque abbia solo preso in mano il “Contratto sociale” di Rousseau sa che egli contestava sì in radice la legittimità stessa della rappresentatività in base al principio che la sovranità, consistendo essa nella volontà generale che non può essere alienata, non può essere delegata a rappresentanti (per cui ad esempio il popolo la esercita realmente solo all’atto dell’elezione del parlamento per poi di fatto rendersene estraneo), ma si rendeva perfettamente conto (consultare il testo) che i Greci potevano praticare la democrazia diretta perché – dice lui – “si preoccupavano più della libertà che del guadagno”, e potevano farlo perché mentre loro stavano in piazza a discutere c’erano gli schiavi che lavoravano per loro. Si può dire dunque che Rousseau per amore della democrazia diretta voleva riproporre il modello dell’antica società schiavista? No, non è questo: “Non intendo dire con questo che occorra avere degli schiavi … Espongo soltanto i motivi per cui i popoli moderni, che si credono liberi, hanno dei rappresentanti mentre i popoli antichi non ne avevano”.

L’operazione che la Casaleggio Associati fa con la piattaforma Rousseau non ha dunque nulla a che vedere con l’autenticità del pensiero di Jean Jacques Rousseau. In verità avrebbe potuto anche chiamarsi Pinco Palla, solo che sarebbe stata meno capace di suggestione per un popolo che legge e studia poco e che però ama ammantarsi di patine culturali e titoli senza troppi sforzi. Il tema vero, come è del tutto evidente, è il tentativo di dimostrare che la tecnologia digitale permette di mettere da parte quell’odiato sistema democratico rappresentativo che si esprime in un parlamento dove i partiti, affermano loro anche con qualche ragione, discutono in modo inconcludente dimostrandosi incuranti degli interessi del popolo.

I difetti del sistema parlamentare sono davanti agli occhi di tutti. I vizi dei partiti e dei loro dirigenti non meritano di spenderci troppe parole. Ma da qui ad affermare che bisogna buttar via il bambino con l’acqua sporca ce ne corre, perché vale sempre ciò che disse Churchill della democrazia rappresentativa e soprattutto vale il modello che definì con limpidezza Abramo Lincoln nel Discorso di Gettysburg: la democrazia è il “governo del popolo, dal popolo per il popolo”, un sistema che non può esistere se non come democrazia rappresentativa.

Io credo che bisognerebbe smetterla di dare credito a questi tentativi di presentarsi come i campioni di una democrazia autentica contro una che sarebbe un inganno. Perché è vero esattamente il contrario: mentre la democrazia rappresentativa contiene in sé la possibilità teorica e pratica di autocorrezione, quella diretta non può nemmeno dimostrare di esistere e quando tenta di farlo diventa o sistema impraticabile o inganno o tragedia. La democrazia ateniese non è replicabile per mille e una ragione. La democrazia ginevrina di Calvino si tradusse in tragedia. La democrazia della Casaleggio Associati rischia solo il ridicolo, nella forma, nella sostanza e perfino nella tecnologia. Il principio uno vale uno è stato tradito in mille modi. La libera scelta dei rappresentanti è annullata dal commissariamento di fatto degli eletti. La stessa piattaforma che dovrebbe rappresentare la soluzione perfetta della democrazia diretta con un voto libero che decide di tutto non garantisce nulla perché, oltre al fatto che chi alla fine decide sul serio (temi, formulazioni, elaborazioni, strategie, soluzioni finali, ecc. ecc.) è il gestore, che è un privato non eletto da nessuno (vedi domanda del giornalista spagnolo), è perfino hackerabile. La verità è che la democrazia rappresentativa è democrazia più liberalismo, mentre la cosiddetta democrazia diretta è democrazia senza liberalismo, ossia alla fine dittatura della maggioranza (manovrabile) sulla/e minoranza/e. Andrebbe studiata anche un po’ di teoria politica.

 

Il Pericle di Tucidide modello per sconfiggere il populismo

di Franco Raimondo Barbabella

 

Ho già accennato nel penultimo numero di questa rubrica alla tendenza, in atto da tempo, alla trasformazione dei regimi democratici in sistemi con capi che comandano (o vorrebbero comandare) e folle che seguono (o dovrebbero seguire) in conseguenza di un fenomeno che i sociologi e i politologi chiamano personalizzazione della politica e su cui si esercitano ormai analisti di ogni colore e spessore.

Il problema generale che ne emerge è che per tutti è difficile esercitare il potere che è nelle loro ambizioni senza scivolare verso forme progressivamente autoritarie che generano tensioni difficilmente contenibili o senza dimostrare platealmente la loro impotenza pur mascherata con una demagogia sempre più spinta. In entrambi i casi le conseguenze non possono che risultare pesanti, sia sul loro piano personale che per i popoli.

Sembra perciò che anche negli ambienti del potere ci si incominci a interrogare sul perché avviene ciò che avviene, se sia o no proprio necessaria e conveniente questa trasformazione della democrazia in qualcosa che la rende progressivamente la copia sbiadita di se stessa, e quindi anche su quali possano essere i rimedi efficaci che, mentre assicurano un governo degno di questo nome, salvano e anzi rafforzano la democrazia liberale. Una riflessione che ancora non coinvolge direttamente i capi, ma che ciò nonostante non sembra meno significativa.

La notizia come al solito viene dall’America. Sembra che nell’entourage di Trump ci si sia messi a studiare “La guerra del Peloponneso” di Tucidide, un’opera che non racconta solo gli avvenimenti che si svolgono nel corso della lunga guerra che contrappose Sparta e Atene (che si concluse con la disgregazione della Grecia classica), ma analizza anche le eterne ragioni dei conflitti e l’opera dei personaggi protagonisti, a partire da quel Pericle che proprio lui, Tucidide, storico conservatore, fa diventare il personaggio simbolo della democrazia ateniese, a sua volta simbolo originario di ogni democrazia.

Per Tucidide Pericle, in un’epoca di isterismi collettivi, è l’unico che non abdica all’uso della ragione. Parla solo nelle occasioni ufficiali, non urla e non inveisce, non tradisce emozioni. Dimostra lucidità nelle circostanze difficili e con la calma dei forti media tra le opposte tendenze. Così riesce a governare i conflitti sapendo vedere il punto possibile di approdo. Il contrario di ciò che oggi chiameremmo populismo.

Un libro recente, “Pericle. La democrazia ateniese alla prova di un grand’uomo”, del francese Vincent Azoulay tradotto ora in Italia da Einaudi, ripropone il tema antico della suprema arte del governare con la partecipazione del popolo, ciò che da Atene in qua si suol chiamare democrazia. E Mauro Bonazzi, recensendolo (Domenica del Corriere della sera n. 296), cita in apertura non a caso il verso di Baudelaire “Odio il movimento che crea forme scomposte”. Populismo = disordine. Linguaggio violento = incapacità di dialogare con chi la pensa diversamente. Da tutto ciò è chiaro ormai il perché di tutto questo interesse per Tucidide, Pericle e la democrazia ateniese: si percepisce una qualche analogia tra la situazione locale e internazionale di allora e quella di oggi, in USA come in Europa, in Francia come in Italia.

In sostanza si percepiscono i limiti del modello “un uomo solo al comando” e i pericoli del populismo. Il paradosso naturalmente, ma manco tanto, è che nell’entourage di Trump, il massimo del populismo, si prenda a riferimento per riflettere sui problemi che ne derivano proprio lo storico che ha espresso il più esplicito disprezzo per il popolo massa volubile, incostante e incompetente, che osanna e poi denigra e abbandona i capi che ha osannato. Però il dato di fatto è che da quel disprezzo si staglia potente la figura di un uomo che domina la scena non perché è prepotente ma perché è razionale, abile, moderato, tessitore di trame positive.

Si vuole forse dire che è ora di uscire da un modello arrogante e scomposto, di fatto transitorio e perdente, per adottarne un altro, di maggiore spessore e perciò in ipotesi di più lunga durata? Sarà interessante vederne gli sviluppi negli USA, se ci saranno, ma sarà ancora più interessante vedere quelli, se ci saranno, in Italia. Diversi articoli di questo periodo, non si sa quanto solo estivi, dipingono Paolo Gentiloni come l’uomo che interpreta alla perfezione il passaggio dal modello “presidente rottamatore” e da quello “papabile presidente populista” (il Micron italiano, secondo la felice ironia di Claudio Cerasa) al modello “presidente tessitore”. Magari sarà difficile assimilare Gentiloni a Pericle, però, se si prende come tratto distintivo la calma, una qualche analogia è possibile. Purché ovviamente ci si fermi qui e non ci si incammini sui tornanti delle strategie generali di lungo periodo, perché è proprio la situazione oggettiva che non lo consente.

In ogni caso gli uomini soli al comando, i furbetti del purismo moralistico, gli idolatri delle ideologie purchessia, le cordate di interessati a se stessi, stanno mostrando tutti i limiti strutturali dell’assenza di pensiero mista al vuoto culturale e morale. Non si vedono ancora i nuovi Pericle del modello tucidideo, ma per lo meno si vedono con nettezza (da chi conserva gli occhi per vedere) i danni dei pigmei che non sanno nemmeno, né se ne preoccupano, che quel modello è davvero esistito.

 

L’opinione di Leoni

Che dopo tanti secoli si debba ancora ricorrere a Pericle e Tucidide per una critica sensata del populismo contemporaneo la dice lunga. Vuol dire i geni nella politica sono rari come sono rari i geni nelle arti e nelle scienze. Per di più i geni possono essere positivi o negativi, esattamente come le persone che non hanno alcun tratto della genialità. Pericle fu il genio positivo della democrazia e giustamente lo si riscopre e lo si studia, ma per imitarlo ci vuole ben altro che la comprensione e l’ammirazione per la sua saggezza, la sua razionalità e la sua profonda moralità. Parlando di Pericle è inevitabile citare il suo discorso agli Ateniesi del 431 a. C., almeno nei passi che oggi maggiormente ci confortano e ci sconfortano. «Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così. Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa. E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così. Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore». Sottolineo le parole “universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso”. Credo che oggi non sia venuto meno quell’universale sentimento, ma sia molto debole la fiducia che esso – e non le valanghe di informazioni, pressioni, provocazioni e seduzioni che ci riversano addosso la stampa, il cinema, la televisione e internet – sia la chiave di lettura di questo mondo e la bussola per orientarci nel nostro breve passaggio.

 

 

 


Una risposta a OPINIONI INCROCIATE DEL LUNEDI 7 Agosto 2017 n. 51

  1. Signori buon inizio settimana,
    Ormai non si contano i Vostri editoriali contro il Movimento 5 Stelle che non governa ne localmente e neppure lo Stato; si direbbe che nonostante i continui arresti di esponenti locali delle altre forze politiche su e giù per il Paese, gli scandali in regione o gli scempi che giungono dal legiferato d’urgenza governativo poi cristallizzato in legge col meccanismo del voto di fiducia, Voi davvero abbiate scelto di guardare altrove e di non curarVi quindi, almeno in questa pubblica piazza virtuale, dello Stato. In Italia questo è libero e non fa scandalo affatto, invece nell’ideale ateniese del discorso di Pericle, da Lor signori citato, diventa un comportamento che non merita lode alcuna.
    Nel merito davvero credete che sia corretto permettere il confondersi del con l’idea che quel portale web dal nome Rousseau sostituisca il voto nell’urna a cui lo si paragona? Non andava forse paragonato alle segreterie dei partiti che scelsero a porte chiuse i nomi dei capilista bloccati?

    E per corretta informazione il portale Rousseau fu ideato ai tempi da GianRoberto, non Davide Casaleggio, il nome lo scelse il padre e ne enunciò i motivi (Fatto Quotidiano, 9 aprile 2015, Barbacetto). Motivi che differiscono non poco da quanto ponete alla valutazione del lettore nel Vostro commento.

    Cordiali saluti,

    Silvio Torre

    silviotorre
    7 agosto 2017 a 12:16

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