OPINIONI INCROCIATE DEL LUNEDI 14 Agosto 2017 n. 52

Categoria: Archivio notizie,LETTERE PROVINCIALI

 

 

 

È una bufala colossale che il governo degli stati, come quello delle città, può fare a meno delle élites

di Franco Raimondo Barbabella

 

Com’è noto, la funzione essenziale delle élites nel governo delle democrazie liberali ha trovato da sempre scarsa attenzione nel mondo politico italiano, prevalentemente preoccupato di gestire l’immediato e le sue convenienze piuttosto che avere e volere realizzare visioni di lungo periodo o almeno di un qualche solido respiro. E pensare che l’Italia ha avuto pensatori di prim’ordine che di questo tema si sono occupati in contesti e da punti di vista diversi ma tutti con grande acume e senso del futuro. Senza voler fare un elenco completo, basti pensare a Gaetano Mosca e Wilfredo Pareto, a Benedetto Croce e Antonio Gramsci, a Gaetano Salvemini, Piero Calamandrei, Tristano Codignola.

Scarsa attenzione che con la cosiddetta seconda repubblica è diventata vera e propria ignoranza, essendosi affermata al potere una classe dirigente improvvisata e autoreferenziale, preoccupata quasi esclusivamente della propria conservazione indipendentemente dagli esiti delle azioni e delle omissioni. Eppure proprio questo palese e drammatico scivolamento verso l’incoscienza e il pericolo di declino sempre più incombente sembra stiano producendo qui e là tentativi di reazione.

Non dico che sia già in vista una nuova vivace stagione del CENSIS di Giuseppe De Rita o che si stagli all’orizzonte una figura come quella di Paolo Sylos Labini e che stia di nuovo emergendo la centralità necessaria dei ceti medi come ossatura di una società capace di gestire il presente con gli occhi ben piantati in prospettive possibili. No, non dico affatto questo. Dico soltanto che si incomincia ad affermare da parte di più di qualcuno che senza élites degne di questo nome le società sprofondano nel caos, soprattutto nelle società moderne complesse, in particolare nelle società a regime democratico-liberale.

Le prove? Nei fatti davanti ai nostri occhi. In tutto il mondo, laddove c’è un’élite che garantisce, indipendentemente dall’orientamento politico della classe di governo, il funzionamento dello stato e dei gangli vitali della società con alcune idee forti condivise e metodi legalmente definiti e con sufficiente coerenza praticati, lì di stato e società si può parlare e le cose procedono anche quando si manifestino contraddizioni di rilievo. Per fare qualche esempio più evidente, è il caso degli USA e della Cina, ma anche della Francia e della Germania e dei Paesi del Nord Europa.

Laddove invece le élites vengono emarginate e distrutte o si frammentano in gruppi in lotta tra loro, lo stato si disgrega e la società si avvita in un processo inevitabile di decadenza. Di esempi ce ne sono molti, dall’antichità ad oggi. Laddove poi si impiantano processi rivoluzionari facendo programmaticamente a meno di élites qualificate, lì è sicuro che si andrà verso dittature sorde e cieche. È il caso del Venezuela, da Chavez a Maduro, la cui vicenda non stupisce chi ha ben presente la storia e la natura dei sistemi politici.

Un ragionamento analogo può essere fatto anche per le città, in particolare per quelle che per ruolo politico e circostanze storiche ad un certo punto diventano simbolo di un’esperienza che si potrebbe estendere ad un’intera nazione. Roma è una di queste. Lì vale sempre la famosa pasquinata “quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini”. I Barberini sono stati tanti, finché non sono arrivati quelli che volevano fare “tabula rasa” e impiantare finalmente il regno della virtù. Doveva valere il principio uno vale uno, dunque niente élites, niente pericolo di caste. Risultato: impreparazione, improvvisazione, incarichi ad amici che vanno e vengono, commissariamento di fatto degli eletti, disprezzo per le regole democratiche di base.

In un articolo dello scorso luglio Chicco Testa si domandava: “Che cosa manca a Roma?”. E si rispondeva: “Manca quasi del tutto una classe dirigente”. Mi pare una risposta forte. Ma non basta, perché continuava così: “O meglio esiste, sarebbe impossibile il contrario, una classe dirigente diffusa, che fa il suo lavoro. Ma si è come ritirata dal dibattito pubblico. Che assomiglia invece ad uno sterminato deserto. E certo queste assenze, uomini e idee, sono, esse sì, il presupposto di un inarrestabile declino”. Calzante per Roma e, se per caso si volesse trasformare Roma in un simbolo, calzante anche per il Paese. Comunque, con ogni probabilità, calzante anche per altre città seppure non pentastellate.

 

L’opinione di Leoni

 

Molto è colpa della sociologia, che ha invaso il terreno della politica, del diritto e della filosofia. Si dice che il sociologo è colui che va allo stadio per guardare gli spettatori. In effetti, per il sociologo, i gruppi umani, dalle famiglie alle masse, sono oggetto di semplice curiosità scientifica e i valori che ispirano le azioni umane sono osservati puramente come fenomeni, senza una valutazione di carattere etico. Per il sociologo vi sono valori aggreganti o disgreganti o modificanti la coesione sociale, ma per lui una società in disgregazione non è altro che un fenomeno al quale subentreranno altre forme di aggregazione. Per questo la teoria delle élites, nata in ambito sociologico, non ha lasciato un segno profondo.
Non c’è bisogno di scervellarsi per constatare che ogni gruppo sociale, dalla famiglia, al regno del Togo, alla Repubblica italiana ha una élite: c’è bisogno di genitori non solo per nascere, ma anche per essere allevati, educati, guidati e consigliati. Anche nelle grandi società nazionali c’è bisogno di chi si dedica alla politica, al diritto e alla filosofia. Non si può fare l’agricoltore e lo statista. Cincinnato, quando la repubblica di Roma ebbe di nuovo bisogno di lui, dovette lasciare i campi. Non si può fare il meccanico e il filosofo, altrimenti si dimenticano le chiavi inglesi nel motore. Non si possono fare le leggi senza conoscere i princípi del diritto.
È vero che abbondano parlamentari e consiglieri regionali improvvisati, sprovveduti e disorientati, ma le leggi, giuste o sbagliate, non le fanno loro. Non soltanto non sono in grado di farle, ma neanche di leggerle. È vero che oggi tutti aprono la bocca e le dànno fiato; chiunque dice la sua con tutti i mezzi che ha, compresa internet. Ma in qualche forma ciò è sempre avvenuto. E dietro alle chiacchiere vi è anche oggi l’élite che pensa, decide, fa le leggi, scrive libri ecc. ecc. Chi non è soddisfatto non deve fare altro che lasciare i campi o l’officina meccanica, tornare sui banchi di scuola, studiare studiare studiare e entrare a far parte dell’élite. Sinceramente, non mi viene in mente un altro metodo. Anche perché la violenza politica non è più di moda in Italia.

 

La Ong e la coda del Diavolo

di Pier Luigi Leoni

 

Vi sono particelle subatomiche che non si vedono, ma la cui esistenza è testimoniata dai loro effetti. È una novità della fisica che la religione aveva scoperto da una pezzo. Il Diavolo non si vede, se non con l’immaginazione e le allucinazioni, ma certi aspetti della perfidia umana non possono non avere un suggeritore. André Fossard, figlio di uno dei fondatori del partito comunista francese, educato in una famiglia di atei, si convertì al cattolicesimo all’età di vent’anni. Egli scrisse tanti articoli e tanti libri, tra cui “35 prove che il diavolo esiste”. La tredicesima prova è quanto Frossard mette in bocca al Diavolo a proposito della carità. «Ammirate la mia tecnica.
Prima di tutto ho riportato la parola, che designa l’essenza stessa dell’Altro, al suo significato meno carico di mistero, svuotandolo del contenuto soprannaturale. Dopo di che non mi è costato alcuna fatica persuadervi che la carità così sdivinizzata e limitata alle opere buone non era che un modo di eludere la giustizia, e che instaurava tra il donatore e il suo debitore un inammissibile rapporto di dipendenza. A comprova, ho omesso di dirvi che nell’universo spirituale, non è chi dà ma chi riceve che fa la carità all’altro.»
Ho provato a utilizzare tali concetti per capire un po’ di più di ciò che stanno facendo le Ong nel Mediterraneo. Questo attivismo nel soccorrere i migranti che stanno per annegare, obiettivamente incentiva i trafficanti di carne umana e crea moltitudini di sbandati destinati alla semi-schiavitù, all’accattonaggio, allo spaccio di stupefacenti e alla prostituzione. Tanto che il governo italiano ha smesso di lagnarsi inutilmente dell’Unione Europea e si è dovuto decidere a foraggiare i libici filogovernativi in modo da rendere meno convenienti le mazzette degli scafisti. Ora, mi domando, l’altruismo del personale delle Ong e di chi le finanzia è dettato da puro amore per degli sconosciuti o anche da un po’ di narcisismo messo lì dalla coda del Diavolo?

 

 

L’opinione di Barbabella

 

Confesso di non essere un demonologo e che quando sento Zucchero cantare Devil in me non mi chiedo se sia posseduto dal Maligno. Devo confessare anche un altro peccato: non ho grande simpatia per i convertiti, tanto più se l’origine è comunista. I convertiti normalmente passano da un estremismo all’altro; i comunisti, dato il presupposto ideologico, passano dall’aspirazione alla santità della società perfettamente giusta, i cui esiti pratici sono noti, alla ricerca del diavolo dovunque nella società normale, che appunto normalmente è l’odiata società borghese capitalistica, alle cui contraddizioni, sempre normalmente, si adattano comunque benissimo tanto che, in attesa della perfezione, non accettano mai le riforme possibili.

Da tutto ciò, mi scuserà Pier Luigi, non posso che derivare un’interpretazione del comportamento e del ruolo delle Ong nella vicenda dei migranti dalla Libia del tutto lontana da teorie che spiegano le vicende umane con presunte influenze esterne, divine quando le azioni sono o appaiono buone, diaboliche quando le azioni sono o appaiono cattive. E la ragione è che, così interpretando, di fatto si deresponsabilizzano le persone, ciò che accade essendo attribuito all’azione di tali forze e non alla libera e appunto responsabile scelta (volontà, sapere e capacità) degli individui che agiscono in quelle determinate circostanze. Da questo punto di vista io resto aggrappato alla grande stagione dell’umanesimo italiano e ai suoi sviluppi rinascimentali, italiani ed europei, fino all’illuminismo critico.

Sulla vicenda dei migranti riassumo dunque di seguito schematicamente le mie convinzioni. 1. Governare l’immigrazione è necessario e oggi si incomincia a intravvedere che così effettivamente, se si vuole, si può. 2. Il dato di realtà è che non si può sconnettere la regolazione dei flussi dalle possibilità effettive di accoglienza (che è cosa complessa, si connette alle politiche di integrazione e non può essere confusa con il soccorso in situazione di pericolo). 3. Cosicché coloro (la cui pressione mediatica finora aveva condizionato ogni scelta) che predicano la priorità della salvezza di vite umane da un lato dicono banalità perché nessuno la nega (né volendo potrebbe) una volta che il problema si presenti in mare, e dall’altro nascondono a sé e agli altri che la priorità sta nel gestire la complessità del fenomeno all’origine e nel percorso. 4. È oggettivamente colpevole di connivenza con le organizzazioni criminali dei trafficanti di esseri umani chiunque pretenda, in nome di un buonismo peraltro autogestito, di agire senza controlli e senza rendere conto a tutti di ciò che fa. 5. È addirittura intollerabile che si cerchi di passare sotto silenzio e comunque di sottovalutare il comportamento irresponsabile di chi, come i giovanotti della buona borghesia tedesca della nave Iuventa, non esita a stabilire contatti diretti con i trafficanti trasformando così il soccorso in mare in traghettamento di vite umane sfruttate.

Mi pare che comunque qualcosa di nuovo nelle ultime settimane sia accaduto e ci faccia sperare che la si smetta di discutere all’italiana, sostanzialmente a vanvera, di questa che è una delle cose più serie che ci riguardano. C’è l’opera finalmente sensata del Governo sotto la spinta del ministro Minniti. Ci sono le dichiarazioni del cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia e presidente della CEI, con il richiamo all’etica della responsabilità e al rispetto della legge. C’è l’attività di alcuni magistrati, in cui spicca il sequestro della già citata Iuventa, la nave della Ong tedesca Jugend Rettet, decisa dalla Procura di Trapani perché “ha fatto trasbordi senza pericolo imminente” e per la quale ci sono “gravi indizi di contatti con i trafficanti”. C’è anche su alcuni giornali il tentativo di riportare a razionalità un dibattito progressivamente lontano dalla realtà e condotto su quel piano in cui tutti hanno l’impressione di avere ragione.

Sarà che la coda del Diavolo è un po’ spelacchiata? Sarà che le forze del Bene non sono poi così malandate? Bah, mi pare difficile capirlo, almeno tanto quanto è difficile capire che cosa vogliono in generale gli esseri umani in questa fase della loro (nostra) storia. Per il momento a me basta avere conferma che una ragione ben usata permette di capire e di prendere decisioni, che chi si vuole salvare la coscienza lo può fare ma senza mettere in pericolo altri o addirittura smantellare le regole di base della convivenza, che chi vuole provare emozioni forti (come i giovani tedeschi) lo deve fare senza furbate e senza pretendere impunità, e infine che chi decide di prestare la propria opera a sostegno del prossimo ha meriti indubitabili ma deve farlo nel rispetto delle regole stabilite dall’autorità legittima.

 


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