E’ di te, Orvieto, che si parla in questo scritto

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di Mario Tiberi

Si racconta, da secoli e secoli, di una gazza ladra che profittava del sudore altrui per procurarsi, surrettiziamente, il necessario alla sua esistenza. Ma lo scoiattolo se ne avvide e corse ai ripari, ripagandola con una moneta così punitiva da lasciarla stecchita al suolo. Anche tra gli esseri umani, spesso, si assiste a fenomeni del genere, oscillanti tra il filisteismo farisaico e il perfido cinismo. La politica poi, o meglio l’avventurierismo politicante, ne sono pieni fino all’orlo della gola.
E’ profondamente immorale il comportamento di chi intende banchettare, senza colpo ferire, sfruttando le sgobbate e le fatiche non sue, ma la morale sottesa alla fiaba dello scoiattolo e della gazza ladra dovrà a lui suonare come monito e severo avvertimento.
Vi sono, però e per retta sorte, anche coloro che intendono prendersi cura dell’altro, singolo o in società, a prescindere da calcoli utilitaristici o da tornaconti personali. E’ di costoro che intendo scrivere. Esiste, infatti, ed è rimarchevole la circostanza che, in un momento storico dominato da un ritornante riflusso nel privato, amiche ed amici a me cari si diano ancora udienza per dedicarsi agli affari generali della collettività e non solo al tempo del divertimento e dello svago.
Sono istanti, poiché di istanti si tratta, di pregevole ritorno al nobile esercizio della politica, quella vera e seria e che si sostanzia nel confronto delle idee, nell’analisi dei problemi comuni e nella democratica discussione di quali siano le vie migliori da percorrere per portarli a positive e concrete soluzioni. In tali attimi non mancano di certo diffusi riferimenti ai tre nodi cruciali che da tempo affliggono l’acropoli orvietana e che, se non sciolti, tenderanno a frenare ulteriormente la sua già inceppata crescita e il suo già grippato sviluppo: la viabilità veicolare interna perché i varchi elettronici, così come sono stati congegnati, non funzionano e richiedono un profondo riesame alla ricerca di un più intelligente equilibrio tra le esigenze dei residenti e quelle degli operatori economici che, caparbiamente, intendono continuare a realizzare impresa nel centro cittadino; la riconversione a fini civili e produttivi della Piave, di cui ho dissertato in altra sede, ed anche dell’ex Ospedale di piazza Duomo perché troppo tempo è passato invano ed è ora che si ponga mano, finalmente, ad un progetto di rifunzionalizzazione credibile, coinvolgente e tempestivamente attuabile; la riqualificazione artistica, architettonica e urbana del quartiere Medievale perché quel quartiere è stato per secoli il cuore pulsante della nostra città e lo dovrà essere anche per l’oggi e il domani con la sottintesa necessità che, ad esso, saranno da rivolgere le attenzioni e l’impegno di cervelli pensanti di alto profilo e indiscusse capacità.
Anche codesti colpevoli omessi interventi, assieme a cause di natura partitocratica, hanno contribuito e contribuiscono tutt’oggi alla crisi di governo cittadino che, ad ampie falcate, si sta profilando su un orizzonte già cupo e fosco di per se stesso.
Il popolo, lo si sa, è stanco di sole vacue parole e dimostra, a più riprese, indifferenza e scetticismo allorché non riesce ad intravedere esempi di effettuali comportamenti, adeguati e coerenti rispetto alle mere espressioni verbali. E’ pur vero, però, che non partecipa o partecipa punto alle scelte che lo riguardano, in parte per sua pigrizia, e in larga misura per disaffezione e sfiducia verso coloro che tengono in mano il timone del vapore. E’ necessario, allora, ribaltare i poli dell’azione politica, riconsegnando alla base popolare gli strumenti per intervenire e far sentire la sua voce.
Il significato di cui in premessa risiede proprio in codesta riacquisita volontà di partecipazione che, poi, altro non è se non il sale della democrazia: di genuine intellettualità necessitiamo e ad esse rivolgiamo il nostro sguardo e la nostra supplica.
Un tal Descartes, in arte Cartesio, pensò che pensando ne conseguissero inevitabilmente le condizioni dell’essere nella visione tridimensionale del tempo, dello spazio e della profondità concettuale, eppercui ogni uomo esiste a prescindere dal fatto che ciò gli venga o meno riconosciuto dai suoi consimili; un tal’altro, di nome Aristotele, ha lasciato scritto che per esistere non è necessario filosofare ma, per capire fino in fondo che per esistere non è necessario filosofare, bisogna filosofare.
Allora, le conseguenze sono ovvie: gli intenti di garantire a tutti esistenza, nella specie politica, non sono il frutto di una concessione sovrana in quanto, il diritto e la possibilità di esistere, sono insiti nella corteccia cerebrale di ogni intelligenza umana; rimane, dunque, la manifestazione d’intenti intesa come promessa impegnativa, ed ogni promessa è un debito che, una volta assunto, va sempre onorato.


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