Calciatore, allenatore e un amore viscerale per il calcio. Questi Novanta minuti sono con Gigi Simonetti

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La sua faccia è da duro, da uomo tutto ad un pezzo, di quelli che non riesci a mettere a terra nemmeno con un pugno in pieno stomaco. Ma il suo cuore è tenero, lo scalfisci con niente e lo conquisti con poco, tanto che gli occhi si inumidiscono subito appena parli di pallone, di campo da calcio, di tifoseria, di divise intrise di sudore, di spogliatoi chiassosi dopo una partita, di grida dagli spalti ..
Mi sento emotivamente coinvolta in questa intervista per “Storie di Calcio” condotta dal nostro collaboratore Gabriele Polleggioni, perché si parla di mio padre, Luigi Simonetti, l’uomo che vorrei un domani potesse incontrare mia figlia. E, per una volta, voglio essere deontologicamente scorretta e mettere l’oggettività riposta in un cassetto.
Spero i nostri lettori mi possano perdonare se ho voluto fare questa piccola introduzione perché l’ho sentita quasi come un dovere morale. Lo faccio solo perché, forse, più di ogni altro, posso descrivere quanto sia grande l’amore di questo duro e grosso “omone” per quel rettangolo verde e per quella sfera bianca e nera. E leggendo le risposte alle domande che Gabriele, con molta maestria e padronanza dell’argomento gli ha rivolto, non sono riuscita a non metterci del mio, e non in veste di direttore, quando piuttosto di figlia, profondamente innamorata di quel padre che non avrebbe potuto essere migliore.
Ovunque vada, non c’è persona, e non solo a Orvieto, che non lo conosca per il suo passato calcistico e ogni volta i ricordi che mi vengono trasmessi mi inorgogliscono e mi rendono particolarmente fiera del padre che ho. Un amore, quello per il calcio, viscerale, di quelli che non puoi controllare ma solo coltivare fino all’ultimo fiato. E lui lo ha fatto, sacrificando tutto tranne la sua famiglia che è stata sempre al primo posto anche quando, da dietro la rete, si voltava alla ricerca degli occhi dei suoi figli e di sua moglie sugli spalti.
Non c’è situazione, non c’è discorso dove, in qualche modo, il babbo Gigi non inserisca la parola pallone o partita. E ogni volta nei suoi occhi lo leggo scritto a chiare lettere quanto per lui continui a contare questo sport, a volte anche stramaledetto, ma pur sempre amato.

Non c’è niente da fare, quando un amore è grande, lo è comunque, sempre e per sempre. Babbo, sei stato e sei sempre un grande … calciatore, allenatore ma soprattutto un grande uomo. Spero solo di aver preso da te almeno un briciolo della tua forza, caparbietà, grinta e infinita umanità. Te lo dovevo. Ora diamo spazio all’intervista (Sa.Simo).


di Gabriele Polleggioni

90 minuti con … Luigi (Gigi) Simonetti

Far parte del mondo del calcio con tenacia, grinta, capacità rimanendo oggi come ieri fedele a se stesso. Quanto è stato difficile farcela e come è possibile, dopo quasi mezzo secolo, riuscire a farne a meno. Benvenuto a “Gigi” Simonetti, uomo di spicco del calcio orvietano.

Perché il calcio?
Arrivai a Orvieto centro a inizio anni ’60 dalle campagne circostanti, ben presto nacque questa grande passione per il calcio, precisamente in piazza S.Giovanni dove trascorrevo le mie giornata tirando calci ad un pallone.
Da ultimo arrivato fui “costretto” a schierarmi in porta ma da subito capii che non sarebbe stato quello il mio ruolo. La crescita fu rapida e grazie ad un forte temperamento, riuscii a ritagliarmi il mio spazio, fino all’età di 14 anni quando entrai a far parte di una società sportiva vera e propria: il G.S Sferracavallo. Gli allenatori Terlizzi e Palmisano furono importanti in quel periodo e li ricordo ancora oggi con grande affetto.

Una brillante carriera con la maglia biancorossa dell’U.S.O, cosa hanno significato per te quegli anni?
L’Orvietana calcio (U.S.O) è stata una parte felice della mia vita, ebbi la fortuna e le capacità di esordire in prima squadra a 16 anni appena compiuti, era la stagione 1970/71 e Mr.Molinari mi gettò nella mischia al posto dell’infortunato Buzzacchino.
Ricordo la grande emozione nello scendere in campo, l’attesa del match domenicale dopo una settimana di duri allenamenti.
Mi manca molto vivere la bellezza di un gesto tecnico, l’andare a contrastare con tutte le energie l’avversario che avevo di fronte.
Volevo che l’arbitro non fischiasse mai la fine, tanto mi divertivo a calpestare il terreno del mitico “Via Roma”!
L’U.S.O, nonostante i diverbi e le recenti incomprensioni, è per me una seconda pelle e mi sento di ringraziarla come istituzione per le esperienze sportive che negli anni 70′ mi ha dato la possibilità di fare, altrove difficilmente avrei potuto viverle.
Basti pensare alla partita Prato-U.S.O,1975/76, vennero registrati circa 12500 spettatori, veramente da non credere!

Quanto ti manca il “Via Roma”?
Mi emoziona ricordare questo luogo e il calore del pubblico che ogni domenica gremiva gli spalti, la vicinanza degli spettatori al terreno di gioco rendeva i nostri tifosi il 12esimo uomo in campo, non è retorica ma la pura verità. Un pensiero va a “Nini’ il lungo”, “Toto” o la guardia carceraria “Fabi”, sono solo alcuni degli illustri rappresentanti del pubblico orvietano dell’epoca.

Appena trentenne inizi ad allenare, quale degli allenatori che hai avuto ha influenzato di più il tuo credo calcistico?
Difficile fare un nome, nella lista metto Franco Nicolini e Gianpiero Molinari, quest’ultimo guidò il Perugia calcio, seppur per pochi mesi, poi Romano Magherini. Di lui ho apprezzato l’aspetto caratteriale e la grande cultura del lavoro, mi ha insegnato che questo sport è innanzitutto sacrificio e sudore, senza queste componenti è difficile emergere. Era un calcio meno tattico, basato più sulla conoscenza dell’avversario, si allenavano le cosiddette “malizie” in alcune fasi di gioco. Era importante applicare anche il minimo accorgimento, senza tralasciare alcun dettaglio, oggi è tutta un’altra storia!

Qual’e stata la più grande soddisfazione e quale la maggior delusione durante il tuo percorso da mister?
La gioia più grande è la vittoria del campionato di 2° categoria con la Poranese, stagione 1985/86, con un paese intero che si schierava a fianco degli undici giocatori in campo. La delusione riguarda l’esperienza da allenatore dell’Orvietana, stagione 1990/91, non riuscii a dare il meglio di me e il campionato ebbe risvolti negativi. La società usciva da una dura crisi finanziaria, obiettivamente difficile da gestire, rimane la soddisfazione di aver lanciato giovani interessanti come Massimo Bartolini e Mirko Chiasso nonostante l’avventura termino a 5 giornate dalla fine con le mie dimissioni a seguito di screzi con l’allora presidente Arrigo Provani. Mi dispiacque molto per Mario Torroni, artefice vero della ricostruzione dell’U.S.O in quel periodo.

Hai vissuto in prima persona l’evoluzione del calcio, il passaggio dalla tipica marcatura a uomo al gioco a “zona”, come hai vissuto questa fase?
Il calcio, così come il mondo, è molto cambiato. Sento parlare di moduli e numeri, ad esempio di un 3-5-2 tornato di moda a distanza di anni, seppur con con una diversa impostazione. Il grande cambiamento ha riguardato maggiormente la parte atletica, oggi anche tra i dilettanti si può contare su professionisti del settore che non fanno che migliorare, con il loro prezioso apporto, le prestazioni fisiche della squadre di calcio, le metodologie di insegnamento sono diverse ma non necessariamente migliori rispetto al passato, il concetto di “marcatura a uomo nella zona” ad esempio è stato quasi del tutto tralasciato, con mio grande dispiacere, anche nel calcio che conta.

Perché, a parere tuo, molte persone della tua generazione non fanno più parte del mondo del calcio?
Credo che per me, come per molti della mia generazione, siano venuti meno gli stimoli nel documentarsi e studiare i nuovi metodi di allenamento, soprattutto è diventato complicato rapportarsi ai ragazzi di oggi per cui il calcio è troppo spesso un semplice hobby, senza considerare il peso e il valore che la gioventù degli anni 60/70 ha dato a questo sport. Non mi vergogno di dire che spesso mi è capitato di piangere, per una partita non giocata o una prestazione non all’altezza, sembrerà eccessivo ma per me il calcio ha significato questo e molto altro ancora.

C’è una cosa che rifaresti e una che non rifaresti mai legata a questo sport?
La cosa che non rifarei è un bruttissimo fallo, quasi da codice penale commesso su un attaccante della Nazionale Militare. Questo ragazzo aveva grandi doti tecniche e caratteriali, nel corso del match vedendomi in difficoltà andò ad infierire con parole che sapevano molto di presa in giro, reagii malissimo e tornassi indietro mai e poi mai commetterei quel fallo che probabilmente gli costò la carriera.
La cosa che rifarei è tornare calciatore… Ho amato visceralmente questo sport vivendolo al 100% senza mai risparmiarmi, pagherei qualsiasi cifra per scendere di nuovo in campo con lo spirito, la volontà ma soprattutto l’amore per questa disciplina che mi accompagna da quasi mezzo secolo.

In una mossa, come cambieresti in meglio il cosiddetto calcio moderno?
Tornerei a lavorare sulle attitudini, sulle qualità fisiche, tecniche e mentali che un atleta possiede,punterei tutto sulla formazione completa del calciatore utilizzando i nuovi metodi senza perdere mai di vista quanto di buono è stato fatto in passato in questo senso, vorrei che gli sforzi di società e tecnici avessero come obiettivo quello di formare, senza snaturarne le peculiarità, i giovani aspiranti calciatori di domani.

Quale persone ti senti di ringraziare per aver avuto un ruolo fondamentale nella tua vita calcistica?
Nei primi anni biancorossi ebbi la fortuna di imbattermi in calciatori di grande esperienza e carisma,sapevo in ogni momento di poter contare su di loro, a distanza di anni mi rendo conto di esser cresciuto grazie ai loro insegnamenti e, a volte, ai loro rimproveri, facendomi diventare un calciatore a tutti gli effetti. Sto parlando di ENZO CAMPILI (detto il roscio), STEFANO MARCUCCI, MAURO RAFFIN, ENNIO CASADIO (vero signore del centrocampo). Un enorme grazie va senza dubbio a loro.

Concludiamo con l’augurio di “Gigi” al calcio orvietano e non solo…
Come tutti gli sportivi orvietani ho a cuore le sorti della squadra della mia città, spero di ritrovare L’Orvietana alle soglie del calcio professionistico, perché quello è il posto che merita. Credo anche alla rinascita di realtà calcistiche comprensoriali e il ritorno ad un sano campanilismo. Infine un pensiero ai settori giovanili, che possano crescere e diventare vero e proprio fiore all’occhiello per tutto il nostro territorio, valorizzando al massimo i nostri ragazzi per tornare con gli occhi lucidi ad ammirare, incantati, la bellezza sublime delle loro gesta!

Un grande abbraccio a “Gigi” Simonetti, terzino dai “piedi buoni”, allenatore appassionato, uomo semplice che non ha mai rinnegato il proprio modo di essere, nel calcio come nella vita.


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