E’ morto il Professor Roberto Minervini

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di Vittorio Fagioli

Con immenso dolore comunico che si è spento lunedì 2 gennaio all’Ospedale di Terni il professore Roberto Minervini. I funerali si terranno mercoledì 4 gennaio alle ore 15.00 nella chiesa di Benano, all’interno del borgo.
Biologo marino, insegnante universitario, presidente del comitato scientifico di Accademia Kronos, animatore del coordinamento dei comitati e delle associazioni dell’Orvietano, della Tuscia e del Lago di Bolsena. Autore di libri di successo, ci piace ricordare il suo “E venne primavera” particolarmente sospeso tra il mondo della città e della campagna. Animatore fino all’ultimo delle battaglie per un diverso modello di sviluppo, aveva diretto il recente convegno di Acquapendente contro la geotermia speculativa sull’Alfina.
A chi gli diceva di essere “ambientalista” rispondeva che lui si riteneva-e lo era fino in fondo- un “naturalista”. Vogliamo ricordare il suo impegno con uno degli articoli da lui scritti nel 2007, quando lo abbiamo conosciuto: “La Renara: tra politica e polli colorati”.
 

ASSOCIAZIONE A P E ORVIETO

La Renara: tra politica e polli colorati

“De Ars Venandi cum Avibus” scriveva quel grande uomo di cultura che è stato Federico II, “De Ars Venandi…” “Sull’arte della caccia…” diceva appunto Federico, già nel tredicesimo secolo, a proposito del suo “manuale” in cui insegnava (ed insegna tuttora!) a cacciare con i falchi.
La caccia quindi vista come arte o almeno come quell’insieme di conoscenza, dedizione e sentimento che unisce le menti e scalda i cuori attorno ad un sentire comune. Ma può la caccia, ancora oggi, definirsi un’arte? Non ci sono dubbi: certamente no! O almeno non da noi. La caccia nel nostro Paese non può sicuramente aspirare ad avere un ruolo di alto rango fra le discipline che possono crear svago all’uomo in quanto, a nostro modesto ma risoluto parere, sono ormai troppo decadute quelle conoscenze “artigiane” se non artistiche che sottendono alla capacità di eccellere in una determinata disciplina. Come può esserci arte senza conoscenza?
In Paesi che la pensano diversamente da noi come la Francia la cultura della caccia ancora esiste e viene tutelata. In Francia infatti esistono tutt’ora i trappolatori, si pratica la caccia in tana e si va a caccia agli acquatici anche in barca (come logica vorrebbe) e si può fare la posta alle anatre anche di notte. Il tutto naturalmente con grande rigore pianificatorio, basato anche sulle tradizioni e consuetudini dei luoghi, e sulla base di dati raccolti anno dopo anno anche con la collaborazione degli stessi cacciatori e degli agricoltori. Così, in buona sostanza, si è consentita la sopravvivenza di pratiche di cattura della selvaggina che in qualche caso ci possono anche apparire imbarazzanti. Ma lo spirito che ha voluto consentire la caccia alla volpe o al tasso nelle tane con quei terribili cagnetti che sanno essere i Jack Russel e i bassotti o la caccia al tordo con quelle trappole micidiali che sono gli archetti è quello, totalmente privo di demagogia, che pone sullo stesso livello di importanza sia la salvaguardia della specie che il mantenimento delle tecniche maturate nella storia dell’uomo per catturarla. Quello che conta, se non si è degli animalisti convinti (ma anche, per coerenza, assolutamente vegetariani), è che la specie, comunque catturata, non sia in forte rarefazione.
Questa logica, sempre a nostro modesto parere, non fa una grinza a meno che non si voglia facilmente immaginare che una fucilata sia più pietosa di un archetto, dimenticando quante non poche sofferenze può generare una fucilata maldestra in un animale ferito. Forse, a questo proposito, vale la pena ricordare quanto asserisce un noto professore di Ecologia dell’Università Federico II di Napoli il quale spiega, a stupiti studenti cittadini, che in Natura la morte giunge quasi sempre in maniera violenta. Il lento declino di un animale, magari sostenuto dai propri simili, è noto solo per l’uomo. Probabilmente Walt Disney ed il suo cartone animato più famoso “Bamby” hanno fuorviato un’intera generazione contribuendo a scardinare quella conoscenza, o meglio quella cultura, che ci legava alla terra e al territorio e di cui la caccia, con i più sani principi di allora, faceva parte integrante.
In questo contesto di incultura nascono quindi questioni come quella dell’area di ripopolamento della Renara dove un manipolo di cacciatori ne rivendica l’apertura alla caccia.
La nostra Associazione, che ormai da tempo si batte per la salvaguardia paesaggistica ed il miglioramento della qualità della vita nel comprensorio di Orvieto, ha deciso di prendere posizione sulla questione in quanto riteniamo che l’apertura all’attività venatoria dell’area della Renara costituirebbe un ulteriore vulnus alla dequalificazione del territorio.
A causa infatti della cattiva gestione dell’attività faunistico-venatoria nell’intero comprensorio l’apertura della Renara non servirebbe assolutamente al miglioramento dell’attività venatoria. L’apertura infatti di aree in qualche modo interdette all’esercizio venatorio genera un beneficio per la caccia solo in maniera fortemente temporanea. Come i cacciatori ben sanno ci vuole molto poco, specie poi con controlli praticamente inesistenti, a spopolare un’area. Dopo una “ubriacatura” iniziale, a vantaggio perlopiù dei cacciatori maggiormente dotati di tempo libero, la Renara diverrebbe un altro angolo del nostro territorio caratterizzato da cronica povertà faunistica, sia per la stanziale che per la migratoria. Offrire più territorio ai cacciatori avrebbe senso solo in un contesto di contenuta pressione venatoria dove le specie oggetto di caccia potrebbero comunque avere il tempo e lo spazio per un progressivo recupero delle loro popolazioni.
Lo testimonia il fatto che dagli anni ottanta ad oggi il numero dei cacciatori sul territorio nazionale si è ridotto a circa un terzo passando da oltre due milioni agli attuali settecentomila circa. Se si esclude la specie cinghiale ed altri ungulati, che hanno tra l’altro risvolti particolari nelle motivazioni che hanno consentito il loro sviluppo demografico, non si può certo dire che negli anni al drastico ridursi dei cacciatori sia poi corrisposto un sensibile aumento della selvaggina. Forse per le specie migratrici possono essere intervenuti un insieme di fattori che ne hanno limitato il recupero numerico, ma per le specie stanziali non può che essere determinato da gravi difetti di gestione.
Evidentemente la gestione delle risorse faunistiche naturali è materia complessa che non può essere praticata in maniera estemporanea o clientelare o per avere risonanza politica sul territorio.
Alla cronica impreparazione di molte Amministrazioni preposte alla gestione della caccia e della pesca si aggiunge quella della massa informe dei cacciatori, relegati per troppi anni in posizioni difensive, annichiliti dai colpi inferti dagli ambientalisti che hanno trovato nei cacciatori un comodo bersaglio per vincere facili, ma appariscenti battaglie politiche ignorando, probabilmente per calcolo politico, le grandi e sostanziali convergenze che avrebbero potuto unire ambientalisti e cacciatori (e pescatori) contro i veri nemici dell’ambiente quali l’inquinamento, l’abusivismo edilizio, l’elettrificazione senza rispetto del paesaggio, le cave, l’eccesso di chimica in agricoltura, il dissesto idrogeologico e, purtroppo, tanto altro ancora.
Come ci si può quindi stupire che risorga ancora un banale e potremmo definire primitivo contendere tra ambientalisti e cacciatori. Ancora una volta un tiro alla fune puerile su un problema che non c’è. La caccia è questione, in Umbria specialmente, di troppo largo interesse ed i contesti locali in cui sorgono ripetute querelle sono solo le avvisaglie di un malessere generale che coinvolge la gestione globale della caccia nella nostra Provincia.
Nel nostro comprensorio si commettono ancora errori gestionali madornali, ormai aboliti altrove. Da noi per effettuare i ripopolamenti di fagiani, pernici o altro (senza neanche troppi scrupoli di introdurre specie alloctone come la Ciukar) si usa “acclimatare” i giovani esemplari in recinti appositamente predisposti dai quali, dopo molte settimane di allevamento, verranno liberati. Il risultato è veramente penoso. A chi non è capitato infatti di vedere queste sparute nidiate di polli colorati che, prive sia dei genitori naturali che di quello adottivo (l’allevatore), girano senza meta e totalmente prive dei rudimenti essenziali per sopravvivere nell’ambiente libero. Cosa rimarrà alla caccia, quella vera intendiamo, di così scadente materiale biologico? Che fine hanno fatto i concetti base dell’Etologia che vogliono nell’apprendimento dei piccoli dagli adulti la base essenziale ed irrinunciabile per la loro sopravvivenza in Natura?
Povero Konrad Lorenz, il grande premio Nobel dell’Etologia si rivolterà nella tomba a sentire che misera fine hanno fatto le sue fondamentali scoperte sul comportamento animale. Per migliorare il livello dell’attività venatoria riteniamo quindi che sia indispensabile tentare di ottimizzare le risorse finalizzandole al risultato e se si vuole offrire più territorio alla caccia libera queste aree non vanno requisite fra quelle interdette alla caccia, che comunque svolgono un sano ruolo di irraggiamento faunistico nelle aree limitrofe di selvaggina “vera”, basterebbe invece approfondire come vengono gestite le riserve faunistico-venatorie del comprensorio per verificare se effettuano i ripopolamenti previsti e se si attengono scrupolosamente alle prescrizioni previste in materia, probabilmente non sempre è così. Non si comprende infatti come mai attraversando una riserva di caccia in Toscana si vedono spessissimo fagiani al pascolo, mentre attraversando le riserve della nostra Provincia la visione di un fagiano o di una starna è un evento che desta profonda emozione per la sua unicità. Ebbene, volendo ricordare che la funzione delle aziende faunistico-venatorie non è solo quella di sottrarre territorio a molti per il vantaggio di pochi, suggeriamo che siano questi i territori da aprire alla caccia libera, si otterrebbero così due vantaggi: soddisfare le richieste di chi spera nell’ampliamento del proprio ambito venatorio ed eliminare una presenza parassitaria che favorisce pochi privilegiati non rispettosi delle regole.
In questo ci aspettiamo precise prese di posizione da parte dei politici e dei funzionari preposti, il tema è stimolante e un operare fattivo per affrontarlo, nell’interesse più generale e di sicuro e ampio riscontro, sarebbe foriero di consensi e di partecipazione dei tanti interessati.
A questo proposito c’è da aspettarsi comunque che anche i cacciatori escano dalle loro tane, sarebbe bello rivederli nei vecchi “Circoli della caccia” dove si giocava a carte e a biliardo e si raccontavano episodi, tra il vero ed il faceto, delle giornate di caccia.
Serate serene e rilassanti che aiutavano il vivere quotidiano e consentivano quegli scambi di opinioni e di informazioni di cui oggi si sente forte la mancanza. Le Associazioni venatorie hanno ormai completamente perso il contatto con i loro rappresentati, sono sostanzialmente diventate delle agenzie di assicurazioni, contano i propri affiliati in base alle polizze. Ma quali sono i momenti di confronto? A parte qualche pranzo e qualche sagra paesana non c’è dialogo, non c’è partecipazione.
Forse a molti sta bene così, ma la caccia, se la si vuole gestirla bene, è soprattutto, oggi più che mai, gestione territoriale fra agricoltori e cacciatori, con la partecipazione delle Associazioni che ne raccolgono le istanze. Non si ha l’impressione che nel nostro comprensorio la caccia venga gestita in questo modo, di conseguenza, per trovare un fagiano vero e non un pollo colorato o una lepre perfettamente inserita nel suo giusto territorio bisogna aprire la Renara e chissà quale altra area preclusa dove la Natura può permettersi di respirare.
Non dimentichiamo però che il suo respiro è la vita per tutti noi.

Prof. Roberto Minervini
(Vice-Presidente APE)


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