Diciamocelo n° 23 del 4 febbraio

Categoria: Archivio notizie,LETTERE PROVINCIALI

 Caro amico, questa settimana ti scrivo …

 Pier Luigi Leoni

 Caro amico, così ti rispondo …

Franco Raimondo Barbabella

 

Proliferano le associazioni degli alluvionati.

Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo stato di emergenza per i  comuni della Regione Umbria colpiti dalle eccezionali avversità atmosferiche che si sono verificate nei giorni 11, 12 e 13 novembre  2012 […] Con la dichiarazione di stato d’emergenza si possono spendere le risorse già assegnate. È il caso dei 7 milioni di euro già assegnati per fronteggiare le emergenze, all’interno dei quali ci sono anche i 250 mila euro già spesi dal Comune di Orvieto per gli interventi immediati e dei 300 milioni di euro già messi a disposizione di Lazio, Umbria, Toscana e Liguria. Di questi ad Orvieto dovrebbero arrivare una cinquantina, per il 20% destinati ai privati. […] Stasera intanto, con l’assemblea pubblica che si svolgerà a partire dalle 21 presso il centro sociale di Ciconia, vedrà la luce un terzo organismo per la gestione del post alluvione. Si tratta del comitato “Orvieto mai più fango” che nell’intenzione dei promotori vuole affiancarsi al comitato delle aziende e all’associazione dei privati già esistenti, con finalità del tutto simili. [OrvietoSì, 1° febbraio 2013].

P. Il proliferare di comitati per tutelare interessi collettivi nella gestione del dopo-alluvione è un fenomeno positivo o negativo? Vale a dire: è una manifestazione di partecipazione, propositiva e di controllo, per influire costruttivamente sulle decisioni e sull’operato degli enti pubblici (Sato, Regione e Comune) oppure è una manifestazione di sfiducia e di latente contestazione degli enti pubblici? Mi sembra che in questi comitati s’intreccino pulsioni di carattere egoistico (come il desiderio di avere voce in capitolo nella ripartizione delle quote dei denaro pubblico destinato agli indennizzi), con motivazioni di carattere politico (come la volontà di orientare l’autorità pubblica verso azioni efficaci per la bonifica e la messa in sicurezza del territorio). In ogni caso questi comitati sono mossi da “sfiducia” nei confronti degli enti pubblici e i pubblici amministratori sentono il peso e il fastidio di questa “sfiducia”. Però si tratta di una  “sfiducia” fisiologica in ogni società democratica. Non c’è bisogno di scomodare Alexis de Tocqueville per sapere che il potere pubblico, anche se legittimato dalle procedure della democrazia rappresentativa, deve essere bilanciato dai fenomeni spontanei di democrazia diretta. Il popolo è sovrano non solo quando vota, ma tutti i giorni. Soprattutto quando un’alluvione glielo ricorda. Che ne pensi?

F. Si, in questo moltiplicarsi di comitati spontanei c’è di mezzo indubbiamente anche la fisiologia dei sistemi democratici, soprattutto in particolari momenti o in particolari frangenti come può essere il periodo che segue ad un’alluvione. Ma il fenomeno è troppo diffuso (città e regioni diverse) per non essere anche la spia di un disagio del cittadino nell’esercizio dei suoi diritti in questo particolare momento della nostra storia. Io penso che quando l’84% degli italiani (rapporto Eurispes 2013) dichiarano di non avere fiducia nei rappresentanti politici istituzionali, la crisi della politica e dello Stato ha raggiunto livelli preoccupanti e non può meravigliare che i cittadini non se la sentano più di delegare la difesa dei propri interessi vitali alle istituzioni pubbliche. Dunque, più che meravigliarsi che ciò possa accadere, si dovrebbe riflettere sul perché di fatto questo accade e di conseguenza su come recuperare un rapporto positivo del cittadino con le istituzioni, cioè appunto un rapporto equilibrato tra democrazia rappresentativa (delegata) e democrazia diretta.

Tu sai bene che il tema di come limitare il potere pubblico ed assicurare una tutela attiva dei cittadini di fronte ad esso è questione antica, che tuttavia non si è mai esaurita, fino ai nostri giorni. Basti pensare all’eforato spartano o al tribunato romano o al defensor civitatis del 4° secolo, e su su fino all’odierno difensore civico (che, con l’eccezione degli USA, ha il suo analogo in parecchi altri paesi). Ma si tratta di figure vaghe, indice di un modo parziale e provvisorio di affrontare il problema di fondo, essenziale per una democrazia, che è come far sì che i cittadini abbiano fiducia nelle istituzioni, ciò che richiama inevitabilmente la questione di come esse devono essere organizzate e gestite perché siano efficienti, giuste e trasparenti. Insomma, a mio parere, mentre è da ritenere fuorviante giudicare il proliferare dei comitati spontanei secondo il classico criterio bene/ male, è pertinente e produttivo chiedersi che cosa esso eventualmente segnala, perché un tale domandarsi è la premessa di quelle riforme istituzionali radicali di cui noi stessi stiamo ragionando da un pezzo. E dico anche in questa occasione che sbaglia di brutto chi pensa che a livello locale non ci riguarda la questione di quale sia la riforma istituzionale generale necessaria e urgente. Oso dire che senza aver chiara questa questione, e la direzione di marcia di un impegno riformatore che potrebbe voler dire anche anni di lotta dura, tutto il resto è fuffa. A ognuno le sue debolezze, io mi tengo questa.

Attenti al lupo

Galanello dice: è tornato il lupo, attenti, divora il bestiame, catturatelo e trasferitelo! Cardinali gli risponde: ma che dici! il lupo è un patrimonio, piuttosto difendilo! Gente oziosa. Non capiscono che il lupo va lasciato proliferare in pace perché, se finalmente si deciderà a fare il suo dovere di animale esperto, sarà l’unica speranza di far sparire un po’ di gente che ha fatto più danni della grandine, dell’alluvione e di tutti i lupi marsicani messi insieme. [OrvietoSì]

P. È ovvio che, parlando di lupi, la mente va a quei soggetti  che camminano sulle zampe posteriori e fanno danni devastanti  che nessuno indennizza. Comunque, ammesso pure (da parte mia con poca convinzione) che la presenza dei lupi  dalle  nostre parti sia utile  a qualcosa, bisogna riconoscere che non è utile a chi alleva bestiame. Orbene, il meccanismo degli indennizzi pubblici per i danni da fauna selvatica presenta, secondo la mia esperienza, vari inconvenienti. Il complicato accertamento della imputabilità e dell’ammontare dei danni è affidato alla burocrazia pubblica ed è influenzato dalla politica. I fondi disponibili sono fissati con una certa arbitrarietà da parte degli enti pubblici ed è non solo influenzato, ma determinato dalla politica.

Se la tutela di animali selvatici comporta rischi particolari per gli allevatori, lo strumento più razionale per tutelarli è quello assicurativo. Gli enti pubblici decidono che una certa quantità di lupi viva in un determinato territorio dove si esercita anche la pastorizia? Non resta che fissare alcune regole per il controllo della quantità dei lupi e per un appropriato esercizio della pastorizia. Ciò non esclude i rischi per il bestiame allevato. Ma il meccanismo assicurativo è stato inventato apposta. Se poi l’ente pubblico vuole aiutare il pastore, accollandosi in tutto o in parte l’onere delle polizze, basta deliberare in tal senso e stanziare i fondi. Rimane il problema di assicurare i rischi che corrono i lupi, svantaggiati dal fatto che non sparano e non mettono trappole.

F. Ti confesso che mi incuriosisce non poco questa attribuzione al lupo di un compito che gli umani non riescono a svolgere come sarebbe loro dovere fare, cioè l’eliminazione di quelli che agiscono nella convinzione che necessariamente “homo homini lupus” (l’uomo è lupo per l’uomo) e per intanto coerentemente si tengono in esercizio. Ovvio che si tratta della metafora della cattiveria umana (di quelli che ce l’hanno) che non esita a sbranare i suoi simili per ottenere vantaggi, peraltro il più delle volte miserrimi.

Ma il tema da discutere evidentemente è un altro: come conciliare la contemporanea presenza, negli stessi luoghi, del lupo e del gregge. Personalmente ritengo che sia un tema molto serio su entrambi i versanti e mi pare che la tua proposta sia quanto mai interessante. Devo però anche manifestare un qualche scetticismo sulla disponibilità dei diversi attori a ragionare su una prospettiva così semplice e razionale con la dovuta calma, giacchè esiste su temi come questi, ovviamente non solo dalle nostre parti, una consolidata politica della paura e dell’emergenza probabilmente troppo vantaggiosa per essere facilmente lasciata andare. Tuttavia vedremo. Chissà che davvero, magari di nascosto, quatto quatto, nelle ore piccole e quando è in corso un temporale, il nostro amato cagnolone non si decida a fare quel lavoro pulito pulito che gli umani da soli non riescono a fare, cosicché finalmente si possa realizzare quella repubblica della saggia e tranquilla amministrazione razionale che finora i filosofi hanno pensato possibile solo nell’isola di Utopia!

Droghe  e medicine

È difficile importare derivati dalla cannabis? E allora ce la coltiviamo da soli. Suona quasi incredibile l’iniziativa presentata mercoledì a Racale in provincia di Lecce. Qui è stato inaugurato il primo cannabis social club italiano. L’iniziativa ha avuto la benedizione del sindaco, di alcuni esponenti politici e di Mina Welby dell’associazione Luca Coscioni. I promotori sono due giovani malati di sclerosi multipla in cura da circa un anno con il Bedrocan, un derivato sintetico della cannabis che viene somministrato in via sperimentale, importato dall’Olanda perché in Italia non è possibile produrre derivati dalla cannabis. In Puglia, come in altre regioni (ma il governo ha impugnato la legge sulla importazione dei derivati della cannabis perché in contrasto con le norme nazionali) è possibile farsi prescrivere il Betrocan, ma attraverso una lunga trafila burocratica. “Non vogliamo – spiega l’associazione Lapiantiamo – legalizzare la droga, vogliamo che la canapa sia riconosciuta come terapia. E noi – questo deve essere chiaro – siamo contrari alla canapa come uso ludico.”  Ma gli studi internazionali, da ultimo quello pubblicato nei primi giorni di quest’anno dal Drug and Therapeutics Bulletin forniscono dati scientifici a conferma ulteriore dei dubbi, già manifestati in altri studi, sui concreti benefici apportati da un altro derivato della cannabis, il “Sativax”. [Condensato da Avvenire del 1° febrbaio 2013]

P. Chi ci capisce è bravo. Perché il mondo politico è prevalentemente ostile all’uso terapeutico dei derivati della cannabis? Perché l’uso di tali terapie è difeso quasi esclusivamente dai radicali (proprio coloro che chiedono la liberalizzazione delle droghe) e dalle associazioni loro vicine? Perché le decisioni non vengono rimesse, come per tutti i farmaci, alla comunità scientifica? Certamente la comunità scientifica non è infallibile. Ma non lo è nemmeno la politica, che lascia la gente rovinarsi legalmente con l’alcol, il tabacco, gli eccessi alimentari e il gioco.

F. Già, se c’è una cosa chiara è la mancanza di sensatezza di una politica proibizionista che, più che preoccuparsi della prevenzione dei comportamenti devianti e dannosi per la salute, sembra voler speculare sulle paure. Discussioni infinite durate decenni non sono approdate a nulla di probante; e i provvedimenti legislativi adottati, prima di produrre tutele, producono carcerati. Risultato: i fenomeni legati all’uso di sostanze sono diffusi più di sempre. Il bisogno di avere almeno un punto fermo, che consenta di stabilire fin dove si può arrivare per garantire le cure e dove invece bisogna fermarsi per non incorrere in pericoli oggi e domani, è così urgente che non si capisce come non si investa la comunità scientifica, appunto come dici tu, del compito di indicare dove esso può essere fissato. Ma anche qui bisogna essere chiari. Se la comunità scientifica viene stiracchiata di qua e di là al fine di ottenere l’assenso ad una tesi precostituita, è ovvio che non succederà niente. E perché non sia così ci vuole una classe politica tutt’altro che ideologica, cioè matura e saggia. Finalmente emergerà? Non mi pare questo il tempo dei miracoli, ma non si sa mai.

 

 


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